Posts by nadiolinda

e quando mi girano mi girano!

ATTO I

ricevo una lettera da sconosciuti senza data che mi danno un ultimatum prima di perdere l’occasione della mia vita.
decido che questa è una di quelle volte in cui vale la pena NON lasciar perdere e così, visto che c’è una e-mail, rispondo.
perché a volte è giusto lasciar perdere. ma molto più spesso è ancora più giusto far sapere a chi ha invaso la nostra privacy che non ha il diritto di farlo.
ecco la mi risposta:

al Responsabile Selezioni
Unimedia Group s.p.a.

Gent. dr. XXX,
ricevo oggi la lettera che mi invita urgentemente a consegnare un mio curriculum entro un venerdì prossimo imprecisato.
RingraziandoLa della proposta, con la presente sono a richiederLe un’ ovvia cortesia: da qualunque lista sia stato acquisito il mio nominativo, La invito ad eliminarlo in modo che non mi arrivino ulteriori proposte di entrare a far parte della Vostra forza vendite.
Considero sempre con curiosità proposte di questo genere e mi sorprendo ogni volta di come sia stato possibile che il mio nominativo sia finito in target di questa tipologia.
In realtà, mi sorprendo di come possibile per una struttura qualsiasi sprecare del denaro in operazioni di arruolamento del tutto casuali di una risorsa così preziosa come la forza vendite.
Mi chiedo anche quanto sia stato pagato il mio nominativo, ovvero: quanto vale la mia identità per la Unimedia Group spa.
Ma queste sono considerazioni personali con cui non intendo annoiarLa.
Certa di un Suo immediato intervento per la cancellazione della mia persona dal Vostro data.base, La ringrazio fin d’ora e Le auguro buona fortuna, buon lavoro e buon proseguimento.

 

ATTO II

a proposito della mail alla Unimedia Group spa che mi voleva far fare la venditrice, mi hanno risposto perchè (cito): il tempo che ci ha dedicato merita di essere compensato con alcuni dati.
mi risponde un giovane assistente del Responsabile di Selezione che CE L’HA FATTA, ovvero (cito): io stesso, per casualità e capacità di scegliere, sono passato dall’attività di cameriere a quella di fondatore e presidente di un gruppo che oggi mi permette di vivere la vita con grande soddisfazione. Non mi farei mai cancellare da una lista di mailing e non chiederei mail al postino di non depositare nella mia cassetta un volantino pubblicitario proprio perché, per esperienza personale, so quanto la casualità abbia un peso nella vita.
il giovane motivato e appassionato mi dice anche che la casualità sta solo nel primo giro di posta, che si offrono grandi opportunità ai giovani, grandi prospettive e grandi aspirazioni. e che (cito): anche le storie d’amore che durano una vita nascono da un incontro casuale.
e dopo una mail lunghissima sulla potenza della passione nel mondo del lavoro e nella vita di un giovane, conclude con l’unica cosa che volevo davvero sapere, ovvero:
il Suo nominativo, che Lei identifica nel valore della Sua identità per Unimedia Group SpA, è stato pagato 0,051 Euro.
…ecco perché non vale la pena rispondere ad annunci così casualmente appassionati!

28.01.2008
N.D.A.: quello che mi ha scritto la lettera è il presidente della società, Tiziano Motti e non "un giovane assistente del Responsabile Selezione del Personale", come ho evidentemente frainteso.

basic istinct

prima bisogna guardare questo filmato. poi possiamo capirci.


la mattina io mi sveglio e ascolto radio24. stamattina trattano statistiche sull’istruzione e si dice che le donne italiane sono mediamente più brillanti negli studi: finiscono prima con voti più alti. cresce il tasso di occupazione femminile, ma le donne italiane continuano – in media – ad essere pagato tra il 50 e l’80% in meno dei loro colleghi maschi.
la cosa mi fa ovviamente girare le palle, ma girano nella media a cui girano da un po’. insomma: non ne sono sorpresa.
poi mi chiama un’amica e mi racconta che la sua ultima relazione non va benissimo. non fanno sesso. il motivo è che lui vuol stare comodo – sai, non c’ho mica più l’età per le scopate in auto… e poi si sporca, è nuova.
così, siccome lui abita coi suoi, aspettano che lei abbia la casa libera dai coinquilini, perché oltre a voler stare comodo, lui se c’è gente in giro si inibisce. e poi, quando alla fine riescono e fanno sesso, comunque lui non ci mette grande passione perché, dice, le cose programmate poi non le sente naturali e allora un po’ non ci mette troppo del suo, ecco.

la prima cosa che dico alla mia socia è che il tizio è una palla colossale. se proprio non sei presa con la testa, mollalo e scappa il prima possibile.

poi faccio una piccola statistica.
a parità di anni, conosco un sacco di donne che vivono da sole, molte di più degli uomini. e non ho mai letto da nessuna parte che gli affitti siano dal 50 all’80% meno cari per le inquiline che per gli inquilini. poi penso che questa cosa ogni tanto la chiedo, agli uomini che vogliono venire a scopare nel mio letto, ad esempio. e la storia è sempre la stessa: ho appena cambiato la macchina, io ho bisogno di spazi grandi, sto mettendo via i soldi, ho progetti di lavoro, e poi…ma lo sai quanto costa un affitto??

…ogni volta che mi si dice questa cosa mi stupisco, resto allibita. è come se un vegetariano dicesse a uno che gli sta seduto di fronte e si sta mangiando un filetto ai ferri – Oh, ma tu lo sai che sapore ha la carne??
di solito, la prima cosa che mi succede è che li mando a fare in culo. magari a casa di qualcun altra. e almeno mi risparmio il nervoso di dover essere sempre quella che ragiona per due e che non ha bisogno delle statistiche per capire che qui c’è qualcosa che non va, che le bugie uno se le può anche raccontare ma non si può aspettare che siano gli altri a credergli, che ogni conquista personale si paga, che uno che non sa fare sacrifici è davvero un poveraccio e che, alla fine di tutto, l’unica cosa che i numeri non dicono è che il VERO problema sta da un’altra parte.

forse non tutti sanno che…

ormai sono alla frutta.
di giorno sono un pagliaccio, faccio comicità esilarante che regalo a chiunque. faccio ridere. rido pure io che non dovrei perché stamattina mi hanno cavato un dente e la gengiva mi fa maluccio. c’ho un cratere sangionolento di tessuto molle che si sta a fatica cicatrizzando che fa un po’ impressione e mi dona un tocco pulp.


nonostante questo, sono una comica da avanspettacolo. prendo in giro qualunque cosa, niente sul serio. era lunedì e sono riuscita a fare dell’ironia per tutto il giorno.
ma ecco che mi metto a scrivere e mi vengono tutti pensieri pesanti, triiiiiiisti, seriiiiissssssimi.
allora, scrivo cazzate. che tanto cazzate poi non sono. anzi: qualcuno paga qualcun altro perché le cerchi e le pubblichi sulla settimana enigmistica.
tipo questa:

COSA E’ SUCCESSO IL 18 SETTEMBRE?

il 18 settembre sono successe un sacco di cose. ad esempio, è stato pubblicato il Manifesto del Simbolismo (1886), arriva ufficialmente il franchising in Italia (1770), si è dimesso il ministro Lattanzio in merito al caso Kappler (1977), è stato emesso un francobollo con Dylan Dog (1997), c’è un attentato a Roma che causa 85 feriti e un vertice del G7 per indebolire il dollaro (1985). insomma, succedono un sacco di cose serie.
ma per fortuna esiste il calcio che, come tutte le fedi, ci alleggerisce del peso della ragione e ci fa diventare rincoglioniti al punto giusto da sentirci contenti e senza troppi pensieri.
infatti, il 18 settembre 1939 inizia il primo campionato di calcio! e per la prima volta è apparso il numero sulla maglia dei calciatori. la prima giornata del campionato di calcio, infatti, ha riservato ai tifosi una piacevole novità, studiata a tavolino dalla Figc per agevolare l’individuazione dei giocatori da parte del pubblico: i numeri dietro le maglie, che vanno dall’1 all’11. all’epoca non esisteva la panchina con le riserve pronte ad intervenire in campo.
…e anche per questa sera, abbiamo imparato qualcosa di nuovo.

senza capro nà coda (di paglia)

stasera non ho nulla di importante da scrivere. ho la testa piena di cose a cui devo pensare e il mio senso del dovere mi sta facendo implodere.

ieri sera avevo perfino la febbre.
allora, decido che investo il mio tempo e le mie ultime energie serali a cercare qualcuno con cui prendermela. siccome domani si ricomincia la settimana, offro una lista di capri espiatori a cui tutti possano attingere. non fatevi riguardo, servitevi pure

1. tra poco è lunedì. il lunedì è sempre sfigato. io odio i lunedì. e, in genere, il lunedì mi odia ancora di più
2. siccome sono entrata in chat dopo quasi due settimane che non ci entravo più, odio chi mi rimprovera in chat e mi dice che non ci sono mai
3. odio anche il popolo dei segaioli da chat
4. odio anche i pc e microsoft e bill gates
5. saltuariamente, come stasera, detesto i forni ventilati: avevo fatto un’ottima crostata di pere e ricotta e cioccolato, ma il forno mi ha seccato troppo la frolla. così, ora lo odio a ragione
6. odio le campane della chiesa qui vicino (ma non è una novità)
7. detesto la televisione: se anche ci fosse ancora almeno un programma valido, o parte di esso, il resto è davvero penoso
8. detesto avere mille impegni. …no, non è vero, bugia. quando non ho impegni, li invento. anche quando ne ho tanti, li invento. forse quello che odio è prendere i miei impegnia cuore. dovrei avere tanti impegni e riuscire lo stesso a cazzeggiare mentalmente
9. detesto i vigili che mi hanno dato tre multe in due giorni a caso
10. detesto che domattina è lunedì e inizia che devo andare dal dentista e che prima di andare dal dentista non posso nemmeno prendere il caffé perché ho finito il caffè. odio quando finisco il caffé.

e come undicesimo capro espiatorio, metto il più vero di tutti, il capro dei capri, il grande C:
odio le fighe che si lamentano.
tra le fighe che si lamentano, mi ci infilo pure io.
dunque, io sono il grande C. e mi sto sui coglioni.
…anche per stasera, sono autosufficiente.

go with the flow

mesi fa ho conosciuto un uomo. siccome gli interessavo, ha iniziato quasi immediatamente a corteggiarmi. lo ha fatto a modo suo: riempiendomi di domande.
per me che parlo un sacco, davvero troppo, e di me non dico quasi nulla, la cosa era al limite del fastidioso. erano domande intelligenti, erano il suo modo per interessarsi a me, era un’attenzione non sgradevole. ma le domande erano troppe.
allora, al solo secondo giorno e centoduesima domanda, gli ho detto che le domande erano troppe. lui mi ha risposto:
– io sono un occidentale, ragiono per categorie. per conoscerti, mi occorre farti domande. altrimenti, se preferisci, mi trasformo in un accidenti di muso giallo. ma non posso farlo, mi dispiace. io sono così.
ho pensato spesso alla sua risposta e devo dire che proprio quello che mi ha detto ha permesso che cominciasse a ricevere risposte vere e sincere da me alle sue domande. che non sono mai terminate, neanche in seguito, nemmeno ad oggi!

in questi giorni succede che amici non mi rispondono più al telefono. i nostri rapporti sono stati bruscamente interrotti da loro. è successo altre volte e so che queste cose vanno così: conosci qualcuno, è subito interesse reciproco, poi si è molto amici per un po’, poi non si ha più tempo, poi uno dei due taglia definitivo. ultimamente, in più di un’occasione, quella tagliata sono io. e ci sto soffrendo molto. razionalmente, ragionevolmente, ma ci soffro molto.
non sono innocente e so che altre volte sono stata io quella a tagliare definitivo senza spiegazioni e senza diritto d’appello o di replica.

 

allora, stasera stavo seduta nella poltrona al concerto di giovanni allevi . non stavo molto comoda e l’audio era pessimo. pensavo che la mia sofferenza è stupida e immotivata.
pensavo anche che è un problema di categorie. ovvero: il mio essere cristiana, tirata su con valori e modi di pensare cattolici, mi ha portato a ragionare per un rapporto di peccato|colpa o anche di merito|premio.
è il libero arbitrio la mia condanna.
in ogni cosa, non so vedere un destino puro e semplice, senza implicazioni volontarie. che è come dire che l’amore e l’odio sono un merito o un castigo per qualcosa che si fa, non per qualcuno che si è.
e allora mi domando anche se molta parte della mia insoddisfazione rispetto alle relazioni e ai rapporti non derivi da questo modo di pensare le cose. ovvero: che mi pare che gli amici che non rispondono al telefono lo fanno perché io ho fatto qualcosa che li ha portati ad allontanarsi; oppure che qualcuno mi detesta o mi ama perché io sono meritevole per quello che faccio di essere amata o detestata; in altre occasioni, che io mi sono innamorata perché l’altra persona se lo meritava e, viceversa, mi sono allontanata perché c’è stata un’azione o un atteggiamento o un insieme di questi che mi ha fatto allontanare.

invece, se sono onesta, faccio presto ad ammettere che le cose sono più semplici.
si ama e si odia senza un vero motivo, senza ragione. quasi sempre, una persona ci sta antipatica a pelle. la cosa è facilmente verificabile con gli attori: persone che probabilmente non incontreremo mai dal vivo ma per cui stiliamo classifiche lucide e precise di gradimento o di antipatia.
e così come i sentimenti iniziano, finiscono anche. ci si sveglia un giorno e si è smesso di amare. e finisce lì. magari ci si appiglia ai gesti per cercare una ragione da dare all’altro per non dirgli solo: non ti amo più, non ti voglio più.
perché anche lui, che ragiona a schemi, vuole avere un motivo per spiegare che una mattina, senza una vera ragione, gli si è spezzato il cuore nel petto.

quel che resta di osama

siccome ho del lavoro e delle riunioni a Roma, prendo un volo la mattina dell’11 settembre. mi imbarco con la ryan-air a orio. per risparmiare tempo, prenoto solo bagaglio a mano e pago la formula prioritaria check’n’go. mi porto una ventiquattrore col computer, i documenti e le carte e una borsa coi vestiti e il beauty.

al check-in, suona il metal detector e i finanzini mi fermano. mi palpano a turno in due e si soffermano con accuratezza sul mio interno coscia. coscia destra, per l’esattezza. alla fine capisco: il fazzoletto in tasca mi si è arrotolato e o pensano che io abbia un pisello rattrappito che mi si sposta nella patta o che abbia un’arma qualunque in tasca. tolgo il fazzoletto, glielo sventolo con abbondante dispersione nell’aere di muco secco e caccole e la risolviamo così al momento.

intanto, mi viene richiesto di far ripassare la borsa e la ventiquattrore nel carrello a raggi-x.
poi, devo separare il computer dalla borsa. poi devo accenderlo.
è un pc e ci mette una vita. tra me e i finanzini c’è un silenzio in cui si sentono i miei coglioni vorticare (sono le sei e trentadue del mattino!). poi, quando il pc è acceso, io guardo il finanzino e dico:
– e ora?
– ora può spegnerlo, grazie.
nel frattempo, mi chiama una tizia in divisa che si è presa la mia borsa e la porta in un angolino e mi chiede:
– signora, ma lei ha un coltello in questa borsa?
– no, dico io.
– mmh… ora controlliamo.
la signorina indossa i guanti che si usano per scegliere le zucchine al reparto frutta e verdura del supermercato. mi apre la borsa e sparpaglia le mie cose in giro. poi mi apre il beauty.
il coltello p e r i c o l o s i s s i m o era la mia pinzetta per le sopracciglia. la signorina ha una faccia da disappunto. allora, impogna il mio bagnoschiuma alla vaniglia e miele nella destra e il sapone per il viso nella sinistra e mi guarda con ostilità:
– e questi? eh, che mi dice di questi??
che vuole che le dica?, penso io. mi ci pulisco la faccia e il culo, che sono spesso più vicini di quanto non si potrebbe immaginare.
in breve, sono troppo grandi e non posso portarli con me, non so perché. ci vuole un sacchetto. la signorina mi dice:
– lo trova dal tabaccaio.
io vado dal tabaccaio, compro numero due sacchetto costo trenta centesimi l’uno di plastica trasparente tipo quelli per congelare le zucchine del
reparto frutta e verdura del supermercato, torno dalla signorina. e adesso? che ci faccio coi sacchetti? mi ci soffoco e mi guardi morire, brutta stronza?
no, ci devo infilare le due potenziali bombe. io metto il mio
bagnoschiuma alla vaniglia e miele in uno e il sapone per il viso nell’altro. poi guardo la signorina che mi dice:
– ne bastava uno.
– @@!!$@ [censura!!] e adesso?, chiedo io.
– adesso li rimetta in borsa.
– poi posso andare?
– certo.
vado. mentre passo al duty free evito di pensare alle creme, cremine, bottiglie, bottiglioni, damigiane che mi circondano e che l’aeroporto sarebbe felice io acquistassi. ma poi dovrei finirle assolutamente entro il volo del ritorno, che per me era domani sera. 24 ore soltanto a disposizione. faccio un serio pensiero sul litro di absolute vodka alla menta che mi guarda… ma sono solo le sette di mattina.
arrivati sull’aereo, mi accorgo che, nell’innervosirmi ai controlli del check-in, ho dimenticato il telefono. allora chiedo alla hostess gentile. lei chiama i finanzini del check-in, io faccio squillare il telefono, loro lo vedono e dicono:
– si, è qui, l’abbiamo trovato.
– bene, faccio una corsa se me lo portano al cancello d’imbarco.
il capitano dice: non si può. ecco perché: io non ho la carta d’imbarco e non potrei più tornare sull’aereo e i finanzini non si possno muovere. lo guardo allibita: orio è un aeroporto in miniatura e tra me (sull’aereo, scaletta compresa) e il check-in, dove è tenuto in ostaggio il mio cellulare, ci sono a far tanto cinquecento metri.
– il telefono mi serve per lavorare. non può fare un’eccezione? non può chiedere a una persona qualunque del personale di portarmelo?
– no, non si può.
mi arrendo. che devo fare?
la procedura è lunghissima: sbarcata a roma, devo andare all’assistenza bagagli, compilare un modulo, presentare richiesat all’ufficio della finanza di aeroporto a roma che manda un fax all’aeroporto di milano in cui è descritto il mio telefono e quando ritorno a orio passo all’ufficio oggetti smarriti sperando che il mio telefono ci sia ancora.
– insomma, dico io, devo essere piena di speranza.
– non faccia la spiritosa, signorina, mi dice il capitano.
poi mi guarda:
– se vuole, per far prima, può fare una telefonata!
non lo mando a fare in culo perché ho su le mie scarpe preferite, e non voglio essere scurrile in presenza delle mie scarpe rosse. e poi è il capitano e qui comanda lui.

mentre torno al posto penso una cosa: la sorveglianza preventiva esiste solo negli aeroporti ed è così scrupolosa da essere ridicola. in italia, non c’è mai stato un attacco terroristico. perché da sei anni subisco tutto questo?
se avessi un ex fidanzato che vuole uccidermi e che mi insegue tutte le sere sotto casa armato e lo denunciassi alla polizia, l’unica risposta che otterrei sarebbe questa:
– finché non le fa nulla, non possiamo far nulla neanche noi. torni quando l’avrà violentata, o gambizzata o almeno le abbia causato un danno fisico riscontrabile. si ricordi di portare carta d’identità e codice fiscale er compilare il modulo di denuncia. e faccia la spesa: si dovrà chiudere in casa per almeno cinque anni, tanto il processo non inizierà prima!

il tempo che si butta


ho cominciato a usare un nuovo contraccettivo, un anellino di ormoni che si infila e si lascia lì per tre settimane. non male, devo dire, comodo anche.
stasera l’ho tolto, come mi ero appuntata sul frigorifero.
ne ho tolto uno e ne metto uno nuovo tra una settimana.
e mentre chiudo la pattumiera penso: Caspita! Sono già passate tre settimane.
io non ce l’ho mai la concezione del tempo. non porto orologi, in casa mia non ci sono i calendari. non so mai che giorno è né che ora è. cioè, se mi serve so come saperlo con esattezza. ma è che non ci penso.
solo gli anticoncezionali, ognuno a modo suo, mi costringono a misurarmi col tempo.
caspita: sono passate già tre settimane.
la persona a cui ho detto che ho tolto l’anello mi ha detto al telefono: Caspita! Sono già passate tre settimane.
e allora mi sono resa conto che sono volate.
la cosa non mi è affatto dispiaciuta. mi piace quando il tempo mi vola via. il tempo buttato, quello che è precipitato, mi pare quello migliore perché qualcosa di più importante, di più bello, gli ha tolto peso.

nell’attimo, mi sento morta

qualche giorno fa ho saputo che, per contratto, dal sei di agosto duemilaesette sono assunta a tempo indeterminato. il mio lavoro mi piace molto, è interessante, ho un ruolo di grande responsabilità. ho unito le mie passioni: la formazione, il management, la comunicazione e la politica. quando lavoro tanto ne vedo subito i risultati. da quando ho iniziato, raccolgo consensi. non ho nemmeno un vero capo e non devo mai discutere perché, in realtà, non prendo ordini. mi sposto molto e gestisco un network di persone molto valide che comunicano con me attraverso la tecnologia, quasi sempre. dunque, siamo connessi in rete il che vuol dire che quasi sempre il mio ufficio è il mio studio e io, quando lavoro fissa, lavoro in pigiama.
ho un lavoro di lusso. sono molto contenta.
un po’ è fortuna, certo. un po’ mi sono fatta un culo quadro e un mazzo tanto così per arrivare ad avere un lavoro come volevo io. e, nel frattempo, faccio un sacco di altre cose cosicché posso a ben ragione lamentarmi che ventiquattrore non mi bastano e che sono sempre troppo stanca per tutto.
ma ce la faccio.


allora?
allora, quando ho saputo di essere assunta, per la prima volta in vita mia, il primo istinto è stato vomitare. non scherzo: mi si è rovesciato lo stomaco e ho tirato su l’anima. sono diventata prima bianca e poi verde e siccome non avevo mangiato niente prima ho vomitato solo succhi gastrici acidissimi.

ora, a distanza di giorni, sono ancora sconvolta e mi domando a piena ragione il perché.
la risposta che mi do è la seguente:
io sono abituata a una vita nel caos, la precarietà è la mia dimensione. perché ad essere precaria posso essere orgogliosa e presuntuosa e far valere le mie ragioni da lavoratrice sfruttata che, però, ha sempre un piedino fuori e il senso di una responsabilità che, agli effetti, non c’è. l’orizzonte annuale del rinnovo contrattuale mi dava un senso di pace perché si trattava di un anno e poi…chissà. l’adrenalina e l’incognita mi tenevano sul filo. qui, invece, l’orizzonte è la vecchiaia, quando non sarò più in grado di lavorare. è la pensione e il tfr tassato e ridotto a capriccio del capo del governo e così mi toccherà infervorarmi per le battaglie sindacali sui diritti dei lavoratori. siccome tutto questo finirà quando non avrò più tutta l’energia e l’adrenalina che avevo fino ad ora ma nemmeno più una briciola di quello che fino ad oggi mi teneva in piedi a ritmi inumani…ecco, nel momento che penso così lontano nel tempo… nel momento che mi penso vecchia… nel momento che penso pensione… nel momento, mi sento morta.

…no, questa spiegazione non vale un cazzo.
è che sono una fatta strana. direi, rimbambita. ma anche insultarsi è da idioti.

io e napoleone



dopo pranzo ho fatto una pennichella. mi hanno svegliato i tecnici per la lettura dei contatori. svegliata dagli emissari delle gabelle moderne, le bollette… peccato.
ho fatto un sogno quantomeno bizzarro.
premetto che non ho mangiato pesante, giusto un’insalata.
ho sognato che presiedevo un congresso e chele altre persone presenti al tavolo mi dicevano che era come il congresso di vienna. siccome il congresso di vienna in realtà non si tenne mai veramente, la cosa non mi è suonata troppo strana. ho avuto qualche dubbio perché ho chiesto cosa c’entravo io e se potevo andarmene. ma i congressisti tutti si sono scandalizzati e zittiti e mi hanno guardato come se fossi pazza. s’è alzato un cardinale con le scarpe da ginnastica che si intravedevano sotto la tunica corta sul davanti a causa della troppa pancia e mi ha detto : Signorina, se siamo tutti qui per risistemare la sua vita, dovrebbe solo essercene grata. Non è il caso che si assenti, le decisioni da prendere sono molte e sono tutte importanti. E’ in gioco la sua anima, il suo cuore e la sua sanità mentale. Così non è possibile andare avanti. E’ ora che i cambiamenti abbiano termine e che tutto torni tranquillo. Si arrenda.
io non ho avuto il coraggio di rispondere. volevo dire che non c’era niente che non andava e che in realtà la mia rivoluzione era solo all’inizio. ma avevo paura di dover cominciare a discutere di me e non mi andava di sentirmi dire che sbaglio o addirittura che sono sbagliata. così mi sono seduta e ho dato inizio al dibattito. i congressisti hanno parlato a turno e mi sembravano una corte di zie. non posso riferire qui quello che mi hanno detto: troppo personale. erano tutti rimproveri e io mi stavo intristendo e anche un po’ arrabiando e la cosa mi seccava non poco perché, in fondo, era la mmia pausa di riposo prima di rimettermi al lavoro. ma poi nella sala ho visto un uomo e nel sonno ho avuto l’impressione di riconoscerlo. mi ha guardato e mi ha sorriso e poi mi si è avvicinato e mi ha detto all’orecchio: Non preoccuparti. Sono tornato. E non ti lascio sola.
e poi hanno suonato i tecnici e io mi sono svegliata. ma credo di aver sognato il mio napoleone.

senza compromessi

osservo con attenzione e interesse la nascita e il rapido sviluppo di luoghi comuni, a volte nuovi e originali, più spesso riciclati e vestiti a nuovo. tra tutti, il più diffuso mi pare il luogo  comune che fa così:

siccome c’è la tecnologia e tutti abbiamo accesso alla tecnologia con facilità, allora siamo tutti bravi a fare qualcosa. ma siccome non possiamo essere tutti bravi, allora la verità vera è che non c’è più nessuno di davvero bravo.

mi spiego con esempi:
1)
siccome oggi tutti scrivono al computer e pubblicano post sul loro blog, allora si credono tutti scrittori e romanzieri; 
2)siccome tutti possono avere una buona telecamera e una buona stazione montaggio, sono tutti registi;
3)siccome tutti possono avere una buona macchina fotografica, sono tutti fotografi.
per ognuna delle precendenti affermazioni,
la conclusione è sempre la stessa: nessuno di questi è più davvero bravo.


rifletto sul fatto se questo possa o meno essere vero. e soprattutto, che valore abbia. fino a non troppi anni fa, per fare il regista, bisognava traslocare in uno dei pochi centri dove era possibile lavorare a bottega per imparare un mestiere che era fatto sul campo dai più anziani e poi bisognava percorrere tutti i gradi della gavetta e, comunque, esercitare il mestiere solo in pochi luoghi e con mezzi costosissimi che permettevano un margine minimo di errore e che richiedevano necessariamente una grande creatività ma anche molta esperienza poiché uno sbaglio era una perdita immane di tempo e denaro. fino a non troppi anni fa, un set fotografico era un impegno di tempo, risorse, professionalità, materiali, esperienza. fino a non troppi anni fa, scrivere un libro con la macchina da scrivere ti allenava i polsi molto più di altre attività, quelle che ti fanno essere sportivo e quelle che ti fanno diventare cieco; ma quando commettevi un errore di ortografia o dovevi rivedere le bozze, era un dramma. nella vita non potevi fare altro.

quando sento che il mestiere del creativo una volta era un vero mestiere e adesso non lo è più, non so mai cosa rispondere. da una parte non sono d’accordo, perché la tecnologia aiuta a ottimizzare i tempi e a rendere più facili le cose e tutto il tempo di vita che si guadagna – anche solo per dormire – non è mai negativo. forse se molti scrittori del passato avessero avuto il computer invece della macchina da scrivere avremmo avuto altri capolavori. o alcuni capolavori e molti libri inutili. chi può dirlo?! 
in più, mi par sempre che quando la competizione aumenta perché aumentano i concorrenti, tutto si veli di nostalgia e rimpianto che è in realtà un alibi per la lotta a denti stretti. come dire che vincere la maratona di newyork, siccome si è in tantissimi, sia meno prestigioso che vincere una maratona con pochi concorrenti in uno stadio. ma se il percorso è sempre di 42,195 km, che partiamo in 10 o in 10mila, che arriviamo in 10 o in 10mila, c’è sempre e solo uno che può pensare di star sotto il record delle 2ore e poco più. ovvero: io non mi preocuperei, né darei troppo peso ai nuovi creativi che gridano allo scandalo per l’ammasso di quelli che hanno i mezzi per farcela. alla fine, sono pochi quelli a cui si dice bravo! davvero, bravo!. ancora di meno saranno quelli riconosciuti da chi ci seguirà. ancora meno, quelli che sopravviveranno al tempo, che con gli orologi digitali scorre più veloce che con le pendole a muro. e, alla fine, ne sono convinta, di nessuno non resterà nulla.