Posts in Blog

nell’attimo, mi sento morta

qualche giorno fa ho saputo che, per contratto, dal sei di agosto duemilaesette sono assunta a tempo indeterminato. il mio lavoro mi piace molto, è interessante, ho un ruolo di grande responsabilità. ho unito le mie passioni: la formazione, il management, la comunicazione e la politica. quando lavoro tanto ne vedo subito i risultati. da quando ho iniziato, raccolgo consensi. non ho nemmeno un vero capo e non devo mai discutere perché, in realtà, non prendo ordini. mi sposto molto e gestisco un network di persone molto valide che comunicano con me attraverso la tecnologia, quasi sempre. dunque, siamo connessi in rete il che vuol dire che quasi sempre il mio ufficio è il mio studio e io, quando lavoro fissa, lavoro in pigiama.
ho un lavoro di lusso. sono molto contenta.
un po’ è fortuna, certo. un po’ mi sono fatta un culo quadro e un mazzo tanto così per arrivare ad avere un lavoro come volevo io. e, nel frattempo, faccio un sacco di altre cose cosicché posso a ben ragione lamentarmi che ventiquattrore non mi bastano e che sono sempre troppo stanca per tutto.
ma ce la faccio.


allora?
allora, quando ho saputo di essere assunta, per la prima volta in vita mia, il primo istinto è stato vomitare. non scherzo: mi si è rovesciato lo stomaco e ho tirato su l’anima. sono diventata prima bianca e poi verde e siccome non avevo mangiato niente prima ho vomitato solo succhi gastrici acidissimi.

ora, a distanza di giorni, sono ancora sconvolta e mi domando a piena ragione il perché.
la risposta che mi do è la seguente:
io sono abituata a una vita nel caos, la precarietà è la mia dimensione. perché ad essere precaria posso essere orgogliosa e presuntuosa e far valere le mie ragioni da lavoratrice sfruttata che, però, ha sempre un piedino fuori e il senso di una responsabilità che, agli effetti, non c’è. l’orizzonte annuale del rinnovo contrattuale mi dava un senso di pace perché si trattava di un anno e poi…chissà. l’adrenalina e l’incognita mi tenevano sul filo. qui, invece, l’orizzonte è la vecchiaia, quando non sarò più in grado di lavorare. è la pensione e il tfr tassato e ridotto a capriccio del capo del governo e così mi toccherà infervorarmi per le battaglie sindacali sui diritti dei lavoratori. siccome tutto questo finirà quando non avrò più tutta l’energia e l’adrenalina che avevo fino ad ora ma nemmeno più una briciola di quello che fino ad oggi mi teneva in piedi a ritmi inumani…ecco, nel momento che penso così lontano nel tempo… nel momento che mi penso vecchia… nel momento che penso pensione… nel momento, mi sento morta.

…no, questa spiegazione non vale un cazzo.
è che sono una fatta strana. direi, rimbambita. ma anche insultarsi è da idioti.

io e napoleone



dopo pranzo ho fatto una pennichella. mi hanno svegliato i tecnici per la lettura dei contatori. svegliata dagli emissari delle gabelle moderne, le bollette… peccato.
ho fatto un sogno quantomeno bizzarro.
premetto che non ho mangiato pesante, giusto un’insalata.
ho sognato che presiedevo un congresso e chele altre persone presenti al tavolo mi dicevano che era come il congresso di vienna. siccome il congresso di vienna in realtà non si tenne mai veramente, la cosa non mi è suonata troppo strana. ho avuto qualche dubbio perché ho chiesto cosa c’entravo io e se potevo andarmene. ma i congressisti tutti si sono scandalizzati e zittiti e mi hanno guardato come se fossi pazza. s’è alzato un cardinale con le scarpe da ginnastica che si intravedevano sotto la tunica corta sul davanti a causa della troppa pancia e mi ha detto : Signorina, se siamo tutti qui per risistemare la sua vita, dovrebbe solo essercene grata. Non è il caso che si assenti, le decisioni da prendere sono molte e sono tutte importanti. E’ in gioco la sua anima, il suo cuore e la sua sanità mentale. Così non è possibile andare avanti. E’ ora che i cambiamenti abbiano termine e che tutto torni tranquillo. Si arrenda.
io non ho avuto il coraggio di rispondere. volevo dire che non c’era niente che non andava e che in realtà la mia rivoluzione era solo all’inizio. ma avevo paura di dover cominciare a discutere di me e non mi andava di sentirmi dire che sbaglio o addirittura che sono sbagliata. così mi sono seduta e ho dato inizio al dibattito. i congressisti hanno parlato a turno e mi sembravano una corte di zie. non posso riferire qui quello che mi hanno detto: troppo personale. erano tutti rimproveri e io mi stavo intristendo e anche un po’ arrabiando e la cosa mi seccava non poco perché, in fondo, era la mmia pausa di riposo prima di rimettermi al lavoro. ma poi nella sala ho visto un uomo e nel sonno ho avuto l’impressione di riconoscerlo. mi ha guardato e mi ha sorriso e poi mi si è avvicinato e mi ha detto all’orecchio: Non preoccuparti. Sono tornato. E non ti lascio sola.
e poi hanno suonato i tecnici e io mi sono svegliata. ma credo di aver sognato il mio napoleone.

senza compromessi

osservo con attenzione e interesse la nascita e il rapido sviluppo di luoghi comuni, a volte nuovi e originali, più spesso riciclati e vestiti a nuovo. tra tutti, il più diffuso mi pare il luogo  comune che fa così:

siccome c’è la tecnologia e tutti abbiamo accesso alla tecnologia con facilità, allora siamo tutti bravi a fare qualcosa. ma siccome non possiamo essere tutti bravi, allora la verità vera è che non c’è più nessuno di davvero bravo.

mi spiego con esempi:
1)
siccome oggi tutti scrivono al computer e pubblicano post sul loro blog, allora si credono tutti scrittori e romanzieri; 
2)siccome tutti possono avere una buona telecamera e una buona stazione montaggio, sono tutti registi;
3)siccome tutti possono avere una buona macchina fotografica, sono tutti fotografi.
per ognuna delle precendenti affermazioni,
la conclusione è sempre la stessa: nessuno di questi è più davvero bravo.


rifletto sul fatto se questo possa o meno essere vero. e soprattutto, che valore abbia. fino a non troppi anni fa, per fare il regista, bisognava traslocare in uno dei pochi centri dove era possibile lavorare a bottega per imparare un mestiere che era fatto sul campo dai più anziani e poi bisognava percorrere tutti i gradi della gavetta e, comunque, esercitare il mestiere solo in pochi luoghi e con mezzi costosissimi che permettevano un margine minimo di errore e che richiedevano necessariamente una grande creatività ma anche molta esperienza poiché uno sbaglio era una perdita immane di tempo e denaro. fino a non troppi anni fa, un set fotografico era un impegno di tempo, risorse, professionalità, materiali, esperienza. fino a non troppi anni fa, scrivere un libro con la macchina da scrivere ti allenava i polsi molto più di altre attività, quelle che ti fanno essere sportivo e quelle che ti fanno diventare cieco; ma quando commettevi un errore di ortografia o dovevi rivedere le bozze, era un dramma. nella vita non potevi fare altro.

quando sento che il mestiere del creativo una volta era un vero mestiere e adesso non lo è più, non so mai cosa rispondere. da una parte non sono d’accordo, perché la tecnologia aiuta a ottimizzare i tempi e a rendere più facili le cose e tutto il tempo di vita che si guadagna – anche solo per dormire – non è mai negativo. forse se molti scrittori del passato avessero avuto il computer invece della macchina da scrivere avremmo avuto altri capolavori. o alcuni capolavori e molti libri inutili. chi può dirlo?! 
in più, mi par sempre che quando la competizione aumenta perché aumentano i concorrenti, tutto si veli di nostalgia e rimpianto che è in realtà un alibi per la lotta a denti stretti. come dire che vincere la maratona di newyork, siccome si è in tantissimi, sia meno prestigioso che vincere una maratona con pochi concorrenti in uno stadio. ma se il percorso è sempre di 42,195 km, che partiamo in 10 o in 10mila, che arriviamo in 10 o in 10mila, c’è sempre e solo uno che può pensare di star sotto il record delle 2ore e poco più. ovvero: io non mi preocuperei, né darei troppo peso ai nuovi creativi che gridano allo scandalo per l’ammasso di quelli che hanno i mezzi per farcela. alla fine, sono pochi quelli a cui si dice bravo! davvero, bravo!. ancora di meno saranno quelli riconosciuti da chi ci seguirà. ancora meno, quelli che sopravviveranno al tempo, che con gli orologi digitali scorre più veloce che con le pendole a muro. e, alla fine, ne sono convinta, di nessuno non resterà nulla.

emozioni d’autore

I´ve seen things you people wouldn’t believe.
Attack ships on fire off the shoulder of Orion
I watched C-Beams glitter in the dark near the Tannhäuser Gate
And now, all those moments will be lost
in time
like tears
in the rain.
Time to die


a chi rinuncia a fare qualcosa perché qualcuno gli ha detto che è troppo difficile non posso che dire: spesso è solo questione di culo! prima ci si butta in mezzo, poi si può dire di avercela fatta o meno.
così, sabato scorso sono salpata alla volta del lido di venezia. la colchide era una poltrona per la proiezione della prima mondiale di blade runner, nell’ultima versione del regista.
sulla mostra del cinema mi avevano detto di tutto. che gli unici biglietti che avrei trovato sarebbero stati per proiezioni a orari improponibil, tipo le tre di notte, film in cinese sottotitolati in afgano, che non sarei mai riuscita a prendere una motonave di rientro prima dell’alba, che le sale erano carnai, che sarei stata in piedi a mendicare un posto, che le star arrivano a venezia una settimana prima del festival e che non si vede nessuno, che in cambio di un biglietto avrei dovuto lasciare giù un rene e che, dunque, se ero in compagnia, avrei dovuto lasciare entrambi i reni e sarei morta.

la mia mostra del cinema è stata fantastica. sono stata al palacinema dopo pranzo e ho trovato i biglietti che volevo semplicemente chiedendo a una cassiera gentilissima, il pomeriggio sono stata a venezia, la sera mi sono inghingherata, ho cenato a punta sabbioni, ho preso la motonave con il cielo che si scuriva, sono arrivata in sala grande, ho visto l’arrivo di ridley scott, daryl hannah, james olmos e rutger hauer e ho potuto trarre le mie conclusioni da comare che qui riporto per dovere di pettegolezzo:
– ridley scott ha una moglie bellissima;
– daryl hannah è invecchiata spaventosamente e le casca tutto tranne il silicone, così abbondante da essere ormai senza appigli e renderla un informe donnone rifatto;
– quest’anno le donne belle ed eleganti si vestono come i ferrero rocher, con baby doll metallizzati e scarpe luccicose e schiene nude;
– rutger hauer è un figo imponente;
– claudia gerini (tra il pubblico) è bellissima;
– federico zampaglione (idem, come sopra) è sempre più tamarro.

la presenza in sala del regista ha aggiunto emozione all’emozione. il film è molto più crudo e violento e angosciante. in generale, riflettevo su due cose:
1. ridley scott ha dovuto aspettare venticinque anni per pubblicare la SUA versione del SUO film. è vero che questo è quello che dice lui (come quando due litigano e, se li senti separati, hanno ognuno piena ragione). ma, comunque, venticinque anni non sono pochi e questo dimostra che, di fronte all’editore e al produttore, un autore non conta un cazzo.
2. la mostra del cinema è un bell’evento e vale la pena di farci un giro. sicuramente, ho avuto un po’ di fortuna. ma sono anche convinta che a volte basta non avere aspettative esagerate, non essere sempre troppo sulla difensiva e, cosa da non sottovalutare, condividere le esperienze con qualcuno che se la prende con calma e preferisce sdrammatizzare che farsi il sangue amaro.

Senza scampo

Gardaland 2.09.2007

stordito dalle evoluzioni del tornado blu e reso temporaneamente incapace di intendere e di volere dai cibi chimici dei fastfood di aladino e merlino, un giovane sconosciuto ha scelto l’inusuale cornice del famoso parco del garda per porre fine alla propria inutile vita di frequentatore di parchi-gioco estivi immobilizzandosi sui binari del trenino di prezzemolo e aspettando così, tra musichette monotoniche e nanetti meccanici, il sopraggiungere della morte.

manda un saluto ai genitori e chiede che sulla sua tomba sia posta l’ultima immagine, che lo ritrae mentre rigurgita il gelato caramellato a testa in giù sulle sequoie di pvc.

i funerali si svolgeranno giovedì alle h. 10 presso la cappella di rio bravo, il villaggio west, dopo la sfilata dei personaggi warner e prima dello show delle otarie al pala blu. gli accrediti si ritirano all’ingresso. non possono entrare i bambini  di altezza inferiore a 130 cm e gli uomini dotati di un pene superiore a 20 cm a riposo.

Le parole per dirlo

Avevo cominciato col trovare la salute. Poi la mia essenza era apparsa poco a poco, avevo scoperto la mia individualità, ero diventata una persona. Poi, grazie al mio ano, avevo scoperto che tutto aveva la sua importanza e che quello che era ritenuto sconcio, meschino, vergognoso, povero, in realtà non lo era, che era la scala dei valori del mio ambiente sociale che aveva gettato un velo ipocrita su determinate persone, determinati pensieri, determinate cose, per fare risaltare meglio ciò che è pulito, grandioso brillante, ricco. Ora scoprivo la mia vagina sicura che l’avrei accettata come avevo fatto con il mio ano: avremmo vissuto insieme, come vivevo con i miei capelli, le dita dei miei piedi, la pelle della mia schiena, tutte le parti del mio corpo, come vivevo con la violenza, la dissimulazione, la sensualità, la prepotenza, la volontà, il coraggio, l’allegria. Armoniosamente, senza vergogna, senza disgusto, senza discriminazione.

da Marie Cardinal – Le parole per dirlo

sono solo piccole conquiste

mi capita di pensare a volte a quante contraddizioni governano la nostra vita.
mi capita di pensarci soprattutto perché mi pare che la coerenza sia una fedeltà a valori di fondo che, nel tempo, permettono di avere atteggiamenti elastici e di potersi adattare alla vita.
allora, stasera saluto un’amica in partenza per berlino e mentre ci scriviamo non posso fare a meno di pensare alla nostra contraddizione. siamo entrambe giovani e sorridenti e abbiamo sogni da donne, legittimi e molto femminili. abbiamo voglia di una stabilità emotiva, di una buona vita, da dividere a due. di una famiglia, di figli, di un compagno per dividersi doveri e responsabilità. non è un sogno strano. fa parte di un’immaginario condiviso. eppure per noi è quasi motivo di vergogna. come se sentissimo l’inconciliabilità del desiderio di amore con quello di affermazione. come se l’idea di un’affermazione professionale potesse andare a braccio solo con la promiscuità, la solitudine, il cinismo sentimentale. non voglio generalizzare e dire che per tutte le ragazze della mia generazione sia davvero così.
però mi ha fatto sorridere che ci stiamo raccontando di storie sentimentali in corso che vanno obiettivamente bene. e lo deduciamo dal fatto che l’altra persona ha per noi piccole attenzioni; molto piacevoli, è vero. ma che sono davvero piccole cose. siamo arrivate al punto che non solo non chiediamo più nulla all’altro, ma ci sorprendiamo e ci emozioniamo per ogni piccola cosa che pare rassicurarci. perché abbiamo fragilità che non osiamo confessare, di cui ci vergognamo già in partenza.
guai a chiedere affetto. non si fa. metti che poi lo si confonde con la responsabilità?
pare che il primo gioco in un rapporto, prima ancora della seduzione, sia quello di non causare una fuga immediata e improvvisa. come se fossimo davvero noi le responsabili di tutto, come se dipendesse solo da noi. che presuntuose!
e allora si fa tutto da sole e ci censuriamo e ci giudichiamo e cerchiamo di non sbagliare e poi ci giudichiamo di nuovo. siamo le mamme di noi stesse.

i miei amici (maschi) dicono che sono sempre le donne a scegliere.
io credo valga per entrambi i lati della scacchiera.
penso che i piccoli gesti vanno bene se fanno parte della seduzione.
penso anche che essere femminile vuol dire saper chiedere. magari sbatttendo gli occhioni o mettendoci una lacrima o facendo un paio di giri inutili di parole e anche un salto mortale sui tacchi e un depistaggio attraverso le balze della gonna.
e però si ha sempre il diritto di chiedere.
si ha anche il diritto di sognare quello che ci pare.
e questo vale per entrambi i lati della scacchiera.
si ha anche il diritto di condividere i sogni, che vanno sempre trattati con rispetto.
non esistono sogni ridicoli o fuori moda.
e credo che la responsabilità sia un bel peso da potersi prendere a volte.
la prima responsabilità che mi viene in mente è quella che ci si prende quando si ama.
è che, quando è sincero, non si smette mai di amare.
e questo vale per entrambi i lati della scacchiera.

la guerra degli uomini felici

grande sorpresa ieri pomeriggio. squilla il telefono e mi chiama andrea.
l’ultima volta che abbiamo avuto occasione di stare insieme è stato più di sei anni fa. lui stava chiudendo la sua vita e partiva per l’uruguay. in sudamerica ha fatto il volontario e poi ha incontrato una donna. poi è tornato qui, a casa dei suoi qualche mese. la sua donna, daniela, l’ha raggiunto. ha cercato di rimanere in italia, ma nessuno le dava lavoro.
per senso della decenza, non racconterò le umiliazioni che daniela ha dovuto subire dall’unica nazione che generalizza tutto il resto del mondo comprendendone le mille realtà e i miliardi di individui diversi con una sola parola "extracomunitari". è l’unica cosa che l’italia non ha avuto difficoltà ad acquisire dall’UE con entusiasmo.

ad ogni modo, in meno di quattro mesi daniela e andrea si sono sposati. poi sono tornati in uruguay, dove lei poteva lavorare con la sua laurea in psicologia evolutiva. il mio amico, quando ha rivoluzionato la sua vita, lo ha fatto con l’allegra incoscienza di chi sa che, comunque, se la cava sempre. e infatti è stato così.
poi ieri mi chiama e in meno di due ore ce ne stiamo seduti a chiacchierare sul mio divano. lui e daniela sono tornati. hanno avuto da poco una bimba, uno scricciolo di nome martina.
andrea mi racconta che essere padre non è diverso, sei uguale al giorno prima. solo che dormi di meno.
e quando dalle due alle cinque di notte la piccola gli si addormenta sulla pancia e babbo e bimba dormono insieme a sandwich è uno sballo impossibile da descrivere.
e siccome la famiglia è il suo obiettivo e il suo nuovo progetto avventuroso, mi dice che vorrebbe avere altri due figli, un altro suo e uno adottato. sempre con l’allegra incoscienza di chi sa che, comunque, se la cava. e infatti è molto felice e, diversamente da molte persone che conosco, non ha paura.
seduti sul mio divano, andrea mi dice:
– non avrei potuto fare a meno di fare quello che ho fatto. quando hai un sogno, devi stringerlo tra le mani, devi cercare di realizzarlo.

poi mi dice che molte persone che conosciamo e che frequentavamo sei anni fa avevano un ottimo potenziale, come e più di lui, e non sa perché non hanno cercato di realizzare i loro sogni.
io rispondo che la differenza sta proprio in questo: che molti hanno sogni che vorrebbero realizzare;
qualcuno di questi, non tutti, considera le proprie possibilità e pensa a "come" potrebbe realizzare il suo sogno;
qualcuno di questi, non tutti, tenta di realizzarlo;
qualcuno di questi, non tutti, ce la fa,
qualcuno di questi, pochissimi, ammettono che il sogno che avevano in testa non fa per loro e ripartono daccapo con un nuovo sogno e rimettono tutto in discussione.

ecco come va. sono pochissime le persone che non hanno paura così come sono pochissime le persone che sognano secondo le loro possibilità, che sognano concreto.
la maggior parte dice che ha un sogno e poi lascia che la vita li porti da un’altra parte, fingono di esserne sorpresi e poi, quando sono ben sicuri di essersi legati mani e piedi, ti guardano con gli occhioni e ti dicono:
– e come potrei realizzare il mio sogno? avrei potuto, ma adesso no.

io e il mio amico siamo simili perché crediamo che la vita si costruisca passo dopo passo e che vale la pena di essere sinceramente egoisti per essere onestamente felici.
poi io guardo andrea e gli dico che in realtà sul mio divano siamo due presuntuosi che giudichiamo le vite degli altri senza poterle vivere ma sulla base di considerazioni che facciamo da fuori, pesando i cambiamenti oggettivi e visibili della loro vita. ma tutti hanno diritto di costruirsi la propria esistenza secondo le decisioni che prende giorno per giorno e le cui vere ragioni sono oscure per chiunque, tranne per chi decide.
alla fine, andrea se ne va, qualche ora dopo.
sono contenta che sia tornato. montevideo è molto bella ma anche molto pericolosa. la situazione sociale è da guerriglia urbana.
e va bene che ci diciamo che possiamo cavarcela e fare tutto quello che abbiamo voglia di fare. io e il mio amico siamo due grandi egoisti. d’altra parte, la propria felicità è qualcosa che non può arrivare da fuori, da qualcuno o da qualcosa.
ed è la prima responsabilità che ognuno ha verso se stesso.