Posts by nadiolinda

il sogno rincorrente

ho un sogno rincorrente. più che un sogno, diventa un’ossessione. ma mantiene tutto l’aspetto del sogno.

dunque, in questo sogno io sono in automobile. è estate e fuori è molto caldo. direi un tardo di luglio, a giudicare dall’aria secca e dagli odori torbidi. è pomeriggio e io sono in viaggio sulla mia uno da proletaria lungo la transpolesana. in alcune versioni del sogno, fumo; in altre, no. ascolto musica. non so bene cosa. forse mina. viaggio sulla transpolesana e fuori fa molto caldo. è pomeriggio pieno, tipo le tre e io so che sto andando al mare dalla bionda, ai lidi ferraresi. in alcune versioni del mio sogno lo so meglio perché la bionda mi siede vicino, fuma una sigaretta e tiene le piante dei piedi palmate sul cruscotto già più zozzo di quando siamo partite. sulla transpolesana nel pomeriggio di luglio non c’è nessuno oltre a me, alla uno, alla bionda qualche volta e al caldo opprimente. forse ci sono i grilli, morti. comunque, io viaggio e a un certo punto abbasso il finestrino di sinistra con la manovella. io ho una uno del 93 e quindi abbasso il finestrino a manovella. quello a destra, invece, è già abbassato da un po’, almeno da un paio di canzoni. poi do un’occhio agli specchietti. destra, ok. sinistra, ok. retrovisore, ok. volto il collo, non si sa mai. considero che fa davvero un cazzo di caldo. poi mi frugo nelle tasche. tiro fuori i miei telefonini. due, per la precisione. con la mano destra ne butto fuori uno dal finestrino sinistro. sull’asfalto si sente ta-tlank-ta-clonk-crrr. poi cambio la mano sul volante. prendo l’altro con la mano sinistra e lo butto fuori, con un po’ più di slancio, dal finestrino destro. sull’asfalto si sente tlock. considero che forse l’indistruttibile nokia funziona ancora. ma poi considero anche che ho fiducia nella transpolesana e nel suo traffico mediamente intenso di automezzi pesanti. la sensazione immediata e di enorme sollevo. e infatti proseguo il viaggio e alzo la radio.
poi penso che non ho or
ologi e non so l’ora e magari sono in ritardo. e subito dopo me ne frego e canto mina. aaaaaancora. aaaaaancora. aaaaaaaancora. perché io da queeeeella seeeeeeera….

la nave che schiaccia

ieri doppio concerto in locale supppergiovane che ha tanti pregi che nulla hanno a che fare con l’acustica. e siccome il suono era schiacciato e non si respirava, mi sono seduta al tavolo con un po’ di veri supppergiovani per non svenire come una vecchia zia bolsa. al tavolo eravamo:

io, la zia cablata;
i suppergiovani a coppie in mega compagnia di quindici-sedici elementi;
una coppia di amici miei sui trenta impegnati in un tentativo di flirt.
io riposavo le suole e cercavo di far conversazione. ma i miei amici volevano limonare e i supppergiovani hanno estratto un mazzo di carte improvvisando un briscolone dell’una di notte. così mi sono arresa. e però ho fatto il punto su due cose. che a me fare il punto mi viene bene quando sono faccia a faccia con lo squallore e la tristezza.
la prima considerazione è stata che forse questi supppergiovani sono così avanti che ci hanno superato un bel po’ e hanno già cinquantanni anche se da fuori sembrano solo venti. ma se sono sincera, anche ai miei compagni di liceo mica gli piaceva la gnocca e se potevano scegliere, sceglievano quasi sempre il briscolone. e io sono come cenerentola e non voglio smettere di sperare e mi immagino che appena escono dal locale, broccolano via sms o cercano le tipe che hanno addocchiato su msn e cercano di sedurle così, con le parole dolci scritte dietro lo schermo.

la seconda considerazione, invece, è un po’ più complicata.
mi sento molto sottopressione. in generale, intendo. e io quando mi sento costretta do fuori di matto e mi rifiuto, come i muli. mi sento costretta a sapere sempre tutto. e questo mi fa ammattire. perché ho una vita così piena di impegni che ogni tanto mi prende lo sconforto di non avere un attimo per me. non ho quasi mai il tempo di leggere e non riesco a tenermi informata. cioè, non riesco a fare cose che mi piacciono nel modo in cui piacciono a me.
e mi sento rimproverata per questo.

perché sono circondata da gente che sa ogni cosa e quando te la dice poi ti guarda e ti indaga e gli si legge in faccia "ma dai" ma come fai a non saperlo??" e a me sembra una grandissima cazzata. mi pare che l’ansia di accumulare informazioni e di spenderle subito dopo sia dominante. mi pare anche che il massimo livello di sapienza a livello generale sia wikipedia. mi pare che sapere che "esiste" una cosa e conoscerne il nome sia confuso davvero con il "conoscere" quella cosa.
io sono contro wikipedia. e contro tutte le ansie che mi si vorrebbero buttare addosso faccio il mulo.
se non ho letto almeno un libro di un autore, letto come dico io con attenzione e continuità, non dirò mai che "conosco quell’autore". se sento che una cosa o un evento esiste, se non posso parteciparvi o se non riguarda la mia possibilità di viverlo davvero, per me quell’evento non è più importante della ruota della mia bicicletta che si è sgonfiata.
la globalizzazione e la velocità informatica sono due grandissime bufale.
io so che ho un tempo x per fare le cose e che le cose che non faccio per me non esistono o, comunque, non hanno importanza. non ho l’ansia di fare qualsiasi cosa perché sono cosciente che non ho il dono dell’ubiquità. e fruire di avvenimenti a distanza e tele-vedere non ha niente a che fare con la vita. e i rapporti virtuali dientano importanti se poi diventano concreti, altrimenti sono sempre di serie B.

pensavo tutto questo mentre sorseggiavo uno sheridan. non lo bevevo dai tempi del liceo, quando i miei compagni di classe giocavano a carte.
non lo bevevo da almeno dieci anni. e ieri mi sono ricordata perché: è come bersi un frullato di mou, ma molto molto molto più caramelloso.

ama e fallo

lunedì è venuta a intervistarmi una bella bionda. mi ha chiesto un po’ di cose sul libro e su di me. abbiamo parlato soprattutto di sesso. questa bella bionda era anche lei una tipa svelta e infatti mi ha chiesto subito: in questo libro non c’è traccia di amore.
no, certo. non ne parlo. me lo sono scritto io addosso, così me lo ricordo.
"ama. e fa ciò che vuoi".
però mica l’ho scritto nel libro. il libro parla di sesso. e allora la bionda arguta mi chiede: perché secondo te si parla tanto di sesso? la tesi è: se ne parla tanto e se ne fa poco. quando lo si fa, lo si fa con poco gusto e male.
è una tesi un po’ sbrigativa, ma tanto io non sono una sociologa né una guaritrice né una missionaria (…questo quasi mai). quindi, mi do per essere d’accordo.
e allora ci scherziamo su. io dico che è un male sociale molto spesso rappresentato. tipo che ogni scuola nazionale di cinema ha il suo modo per rappresentare innaturalmente il sesso. gli americani godono già dalla porta d’entrata e lo fanno al missionario se si amano, in smorzacandela se lei è zoccola. i francesi non si parlano mai. gli inglesi sono divisi tra il sesso tra proletari e quello tra baronetti. gli italiani hanno al fissa per le vergini che vengono deflorate con delicatezza dal loro nuovo amore del liceo. in italia, secondo il cinema, non si scopa mai prima dei diciassette anni.
si osserva però in questi anni un nuovo modo di fare sesso nei film italiani: quello con le amanti, fatte da coniugi infelici, che è violento, brutale e spesso in piedi. penso a castellito con la cruz. penso a moretti, tanto criticato pure dai preti in questi giorni.

che tristezza! esce un film e si parla solo della scena di sesso. se non c’è, il film non ha speranza. se c’è, è l’unica cosa importante. come si fa?
se ne parlano perfino i preti, siamo alla frutta. che non è il gusto frutta dei preservativi o dei lubrificanti, però.
insomma, ormai dovrò andare a vedermi caos calmo
così scriverò l’unica recensione sul web che parla del film e non della scopata in piedi.



con la bionda, a microfono spento e intervista finita, parlo anche di un altro film, a night in paris, dove paris non è parigi ma è la signorina hilton. il mio fidanzato premuroso me l’ha portato in dono domenica e l’abbiamo visto. a velocità quadrupla del normale, causa estremissima noia.


la signorina hilton, grande porca planetaria che anche io ammiro per via che se va in giro senza mutande sulle sue automobili di ultralusso ad assetto rasoterra, non ama il sesso. si ama molto lei, ma il sesso proprio le fa schifo.

questa deduzione è facilmente riscontrabile se si guarda il suo film hard, che dovrebbe essere la prova universale della sua porcaggine definitiva.
la signorina hilton non gode, non geme, non partecipa. allarga le gambe, certo. guarda in telecamera, certo. però non suda, non si scompone, non si scompiglia nemmeno un po’. l’unica cosa che fa è indossare bene gli stivali e il reggiseno. che non mi sembra proprio una dote adatta per il sesso, almeno come lo intendo io.
e poi c’è un finale tristissimo. lei deve avere un rapporto orale con la cosa che più le fa schifo toccare e da cui si è tenuta lontana tutto il tempo. e allora lo sfiora come si fa con le orchidee, che se non poi si sciupano. e gli da
i bacini come si fa con i cuccioli, che se non poi si spaventano.

ecco. perché dico che alla signorina hilton il sesso gli fa schifo?


perché se tu vedi una che compra il calippo e invece di mangiarlo a morsi generosi, impiastricciandosi la faccia e non lasciando nemmeno una goccina di succo in fondo al cono di carta…ecco, se invece lei lo regge con due polpastrelli, gli da una grattatina con gli incisivi sulla cima e poi butta tutto, ghiacciolo e succo… bhé… col calippo, se non ti bevi lo sciroppo godi solo a metà. col sesso, se sei una figa di legno, anche se sei magra e allenata e ti metti gli stivali belli e fai gli sguardi languidi, è meglio che lasci perdere.

molly ha il senso del bene

sabato sera a teatro. lo spettacolo si intitola Molly Sweeney. è uno dei casi studiati e raccontati dal famoso dottor sacks, neurologo di fama planetaria. il racconto del caso clinico è stato sceneggiato da un irlandese, Brian Friel, che mette in scena i tre personaggi della storia e, attraverso i loro monologhi, racconta cosa succede.


ecco cosa succede.
molly ha 41 anni, è praticamente cieca dall’età di 10 mesi. è una donna gioiosa e contenta. ha un bel lavoro e tanti amici che le vogliono bene. non si sente menomata: ha solo un altro modo di vivere la realtà che non è onnicomprensivo (tipico di chi può vedere e percepisce diverse realtà con un unico colpo d’occhio), ma sequenziale (dovuto all’avvicendarsi di percezioni tattili in sequenza e, dunque, relative deduzioni che complessivamente disegnano la realtà dell’oggetto fisico).
poi un giorno molly conosce frank e lo sposa. frank
vive la sua vita come una continua sfida. gli piace avere una missione: importare la capra tibetana in irlanda, avviare apicolture nel deserto, ottimizzare l’inscatolamento del salmone utilizzando pesci di razza rara e con pochi sprechi. frank sta sempre in biblioteca e ha anche lui un mondo suo.
frank e molly si sposano. lui dice che ha letto dei libri e lei può guarire. lei lo ama e si fida.
vanno dal dr.Rice, un oftalmologo con problemi di alcoolismo e di depressione, che nel momento di avvio della sua fulgida carriera è stato piantato dalla moglie per un collega più giovane e più figo e di questo abbandono ne ha fatto malattia. il dr.Rice
decide di operare molly. la restituzione della vista a una cieca , il ventunesimo caso documentato in poco più di mille anni, sarà il miracolo che gli ridarà lustro.
molly viene operata. la sera prima di finire sotto i ferri ha un’illuminazione: vedere mi cambierà e forse verrò esiliata da questo mondo che ora conosco bene e in cui sono felice. e le persone che adesso amo e che so capire così bene, poi non le conoscerò più e saranno come estranei.
ma accetta e si fa operare perché ama suo marito e si fida del dottore.
molly ci vede, non benissimo, ma ci vede. è entusiasta e tutti sono felici. e la studiano. le fanno
test su test e vogliono che lei impari a vedere e a riconoscere la realtà solo con gli occhi, senza l’aiuto degli altri sensi. molly comincia così ad estraniarsi. si sente sola, buttata in un mondo che la angoscia. comincia a cadere in depressione. perde il lavoro e si isola: resta chiusa in camera sua al buio e desidera ritornare cieca. questo suo stato d’animo si trasforma in un disturbo chiamato "visione cieca": agisce come se ci vedesse, ma lo fa inconsciamente.
finisce i suoi giorni in un ospedale psichiatrico, sospesa in un limbo tra la cecità completa e la visione sfocata. i suoi due salvatori la abbandonano come un ennesimo fallimento da dimenticare e riscattare con una nuova missione, più alta, più fulgida, più meritevole. il marito parte per l’etiopia. le scrive che è un paradiso. il dottore si licenzia e se ne va in pensione a pescare.

sul palco, molly è sollevata come un cristo sospeso sul palcoscenico, immolata a una causa che non era la sua. ha fatto la scelta sbagliata: ha sposato un uomo che l’amava perché era diversa e voleva cambiarla. un uomo che l’ha scelta per la sua diversità, che la giudicava handicappata. si è fidata ingenuamente di due persone che hanno applicato il loro concetto di "giusto" e di "bene" al suo mondo, senza conoscerlo e senza considerarlo. in un certo senso, la storia di molly è la storia di una conquista e di una conversione che altro non è se non la scarsa considerazione della realtà altrui e la supponenza irrazionale e ottusa di essere dalla parte giusta.

la regia pensa -a ragione- di far immedesimare lo spettatore nei panni di molly e, per la prima mezzora, dotati di mascherina nera, si sta tutti al buio con gli occhi chiusi e si ascolta.
molto emozionante. i rumori mi fanno saltare e sono sveglissima.
non sono solo sveglia: sono eccitata. ho spesso la fantasia di andare in un luogo molto affollato, di sedermi o di appoggiarmi in una posizione centrale e di rimanere lì ad ascoltare quello che succede: le persone che passano, i suoni dello spazio che rimbomba, i passi, le voci.
quando sono molto stanca o molto stressata, faccio una passeggiata e, per le strade che conosco, in mezzo a gente sconosciuta, chiudo gli occhi e li tengo chiusi per molti passi. poi li riapro e all’inizio sono triste perché a passeggio con gli occhi chiusi sto bene.
molte persone che conosco hanno record personali di tratti di autostrada percorsi con gli occhi chiusi. ma loro, di solito, quando li riaprono, sono adrenalinici.

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Sono sempre aperta al dialogo, sia nei commenti, sia in mail, sia in IM.
Ma gentilezza non è sinonimo di stupidità.

stereotipìa

per quasi dieci giorni sono stata inservibile per il sesso. prima l’influenza, la febbre, il male diffuso, il malumore. poi i postumi delle medicine. poi l’operazione ai denti. poi i postumi degli antibiotici e i punti che dovevano guarire.
terribile.
non stavo così da un sacco di tempo.
l’ultima di cui ho memoria è stata la volta che avevo in corso una… "cosa" con uno che stava sulla mia rubrica e mi ha scritto: passo a trovarti stasera?
e io gli ho risposto: sono così costipata che non riuscirei nemmeno a farti un pompino.
lui ha risposto: peccato. ma da quella volta siamo diventati amici.
lui ci ride, la racconta, fa ridere altri.
io, invece, quando penso a quest’episodio del messaggio vengo assalita da una sensazione di tristezza infinita e di squallore. e mi viene in mente stasera, mentre sto a mollo nella vasca da bagno, stanca, e ripercorro una telefonata che ho ricevuto oggi dalla moglie di un amico. simpatica. dalla voce, secondo me è pure figa. il mio amico è un amico vero e importante ed è un omone grande e grosso e tanto buono. che però, come chiunque, è prigioniero di alcuni stereotipi. il suo, in particolare, è uno stereotipo molto milanese: ha fatto carriera, c’ha i soldi, il suv e le amanti internazionali. non è il punto più alto della sua vita e io e lui sappiamo che non lo rende felice. ma è un suo stereotipo e se lo porta dentro. come un’ernia.

nella vasca, mentre giocavo a fare la donna morta, con la testa verso il fondo e l’acqua troppo calda, pensavo a quali sono i miei stereotipi, quelli che non mi fanno essere coraggiosa abbastanza da dire basta e provare ad essere felice in modo diverso e, magari, di più.
se sono sincera, li so tutti.

penso anche con orrore che sta iniziando la campagna elettorale e che mi rovinerà la primavera.
quest’aria di vecchio e di già visto mi rovinerà il periodo più bello dell’anno. questo post lo sto scrivendo per non ascoltare la prestigiacomo che fa la caricatura di se stessa da santoro e non è una donna ma un mostro arrabbiato che parla a macchinetta recitando una cartella stampa.
non guardatela.

moccismi

domenica, piero ha compiuto gli anni. farà la festa sabato due febbraio. ma io gli ho chiesto cosa avrebbe voluto per festeggiare. lui ha risposto: andiamo a vedere Scusa ma ti chiamo amore.

così, siamo andati in quattro, un manipolo di valorosi: io, michele, rachele e piero.
il film è al di sopra di ogni aspettativa. sia per la protagonista, che ancora non ha del tutto superato la fase infantile dei perché, sia per il protagonista, che a 37 anni non ha ancora imparato a rifiutare ogni figa che gli viene sbattuta in faccia.
è un film assolutamente buonista, fino al punto da riuscire a rassicurare tutti: se moccia può fare il regista, tutti possono fare i registi. le inquadrature sono quasi tutte sbagliate, le messe a fuoco cannate di brutto, le scene erotiche al limite della perversione gay pedofila.
è infarcito di luoghi comuni da film italiano, ovvero: i trentacinquenni cazzoni e in balìa delle donne che usano il pelo come un’esca; le donne in preda all’angoscia di trovare chi le mantenga e gli faccia fare un figlio; ragazzine sante e vergini che attendono il principe azzurro che le deflori con delicatezza.
meraviglioso l’evento clou del clan delle 4 fighette: concerto degli zero assoluto a cui vanno in limousine con tanto di vip-card per accedere al party post evento.
in cui, ovviamente, i due zeri broccolano la protagonista che però non se li fila perché pensa al pubblicitario col suv.
ricorderemo soprattutto due gemme.

i personaggi –
le 4 ragazzine sono la romantica, la puttanella, la vergine e quella destinata a un matrimonio infelice col fidanzato storico.
i 4 cazzoni quasi quarantenni sono il romantico, il cornuto, il tromba-mogli e quello infilato in una relazione infelice con la fidanzata storica. ovviamente, frigida.
i moccismi – sono banalità senza alcun senso né poetica, con lo stesso effetto dirompente di un uovo sodo che vengono fatte cadere dall’alto in un momento di silenzio. erroneamente, con un mezzuccio più vecchio del cinema stesso, si cerca di dargli significato e importanza. la verità è che sono banalità quasi sconcertanti. seguono esempi esplicativi:
1. inizio del film. raul bova pesca. non è capace. guarda l’orologio. la voce narrante dice "perché un pubblicitario di 37 anni pesca e guarda l’orologio?". il film si conclude con la ragazzetta romantica che arriva per trombarlo per l’eternità e allora bova dice "sono 21 giorni, 17 ore e 38 minuti che ti sto aspettando" e lei risponde "embé. io sono 18 anni e mica mi lamento".

2. sequenza delle bum-bum car. ragazzini fanno autoscontri con macchine nuove e costosissime in largo repubblica argentina. la voce narrante dice "macchine comprate in blocco a mille euro dal carrozziere amico". tutti gli spettatori riconoscono almeno 15-20 mila euro a modello. cmq, i ragazzini si bottano un po’, poi scendono dalle auto e ci saltano sopra. la voce narrante dice "lotta al sistema".
3. bova arriva a casa e la fidanzata storica se n’è andata. poi a metà film, lei si ripresenta alla porta, gli dice "amore ho cambiato idea", non ha valigie, ma improvvisamente ritorna ad abitare con lui. la voce narrante non dice niente e da per scontato che sia normale.
4. la storia inizia perché il protagonista (questa è quasi una costante di moccia) investe la ragazzina. effettivamente, a roma si fa strage di motorini. ma mi risulta che dopo ci si insulti e non si faccia la constatazione amichevole a letto. cmq, tutto inzia per sto motorino che si
rompe. poi succedono delle cose, e la voce narrante e la protagonista la menano col motorino. ma dal minuto 27 del motorino non ne sappiamo più nulla. la voce narrante entra in silenzio stampa.
5. il tempo è assolutamente arbitrario. bova e la ragazzina vanno a casa di lui. arrivano che sono le cinque di pomeriggio e c’è un sole che spacca le pietre. lei sale in terrazzo, lui la segue. quando arrivano su, è notte pesta e loro cominciano a scopare dopo aver ciucciato i gelsomini.

unico momento apprezzato: lei becca bova al tavolo con la ex morosa andata e poi tornata e gli dice "se tu mi avessi detto che mi mollavi perché lei era tornata, avrei sopportato meglio tutto". molto vero. lui ha fatto veramente la figura del carciofo.

la triglia e la merla

stamattina è il primo dei tre giorni della merla. che ormai anche i giorni, come le stagioni, non sono più quelli di una volta e il primo giorno della merla, invece di essere il più freddo dell’anno, secondo me frizza di primavera e tira un venticello tiepido molto piacevole.
stamattina il dentista mi ha fatto il mio secondo impianto dentale. secondo molare di sinistra, arcata inferiore. una mattina di seconde volte.
avevo dimenticato quanto fa impressione farsi fare un impianto. ma solo per una cosa, in verità: i punti.
alla fine dell’operazione, siccome molta gengiva viene tagliata per piantare il chiodo nell’osso, il dentista ci da che ci da con i punti fatti col filo grosso blu. quello per chiudere la pancia delle triglie al forno, per capirci. e siccome bisogna stringere bene bene intorno al perno perché è tutto scoperto e si rischiano le infesioni, allora il dentista cuce e tira, cuce e tira, cuce e tira.
dopo già una mezzoretta buona di pathos a bocca aperta, il mio dentista figo tira il filo e io mi sento proprio come un pesce che abbocca all’amo. il panico è totale e io comincio a sudare e a tremare. ancora a scriverlo ora un po’ mi viene da star male. è una sensazione indescrivibile. essere presi all’amo, intendo.

ho un moto di solidarietà verso i pesci che mi piacciono molto e che da oggi spererò per sempre vengano pescati solo con le reti.
per calmarmi, ho fatto il mio solito pensiero rassicurante tendente al trash. ovvero penso a quanto bene ho fatto al mio dentista, a quanti soldi gli ho dato e penso che li ha reinvestiti per ricomprare case e farsele riarredare da un architetto. o più architetti. io penso di essere generosa in grande.
e mi immagino sempre che quando sto sdraiata sulla poltrona, il mio dentista da un occhio e poi si fa passare il telefono. dall’altra parte c’è il piastrellista che gli sta sistemando il bagno e lui gli dice: "ha già iniziato il lavoro? no? bene. ho cambiato idea: quelle più costose".
poi rimette giù la cornetta, mi sorride e attacca a trapanare.

la malavoglia genera ritrattazione

benchè combattiva e piena di volontà, stavolta i fatti non mi cosano.
devo purtroppo cancellare dal blog sul mio sito l’intervento di un commentatore anonimo che lamenta un inequo trattamento a suo carico da parte della società UniMediaGroup spa.
la società mi ha diffidato nei giorni scorsi ad ospitare il commento della persona in quanto lesivo della sua immagine. pare che il commento del mio lettore suscitasse dubbi nei candidati.

mi trovo a dover cancellare il commento del mio lettore con molto rammarico, ma diversi pareri legali e professionali mi indirizzano a farlo per una sola ragione: non è dimostrabile.
se il lettore si fosse firmato o siglato o si fosse reso raggiungibile o avesse messo a disposizione prove di quanto afferma, sarei stata la prima a combattere perché potesse esprimere la sua opinione.
ma così mi trovo nell’imbarazzante situazione di doverlo censurare.
è possibile avere le migliori ragioni del mondo, ma c’è sempre una forma da rispettare. se vuoi protestare contro il sistema, ma lo fai uscendo dal corteo e lanciando pietre contro le vetrine a faccia coperta, non puoi pretendere di essere ascoltato né di essere difeso da chi manifestava pacificamente con te.
a tutti coloro che intendono proseguire nelle loro battaglie contro il sistema, suggerisco di farlo con serietà e di seguire chi lo fa ormai "da professionista": affermare qualcosa con convinzione e tenersi le carte che lo dimostrano ben strette nella mano.
per tutti gli altri, lasciate perdere e limitatevi a commentare al bar. forse è lì l’ultimo vero baluardo del confronto libero e senza regole.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.

[ Corriere della Sera, 14 novembre 1974 – P.P.Pasolini ]

non è più il tempo degli intellettuali e io non sono pasolini.
siamo ormai laici con il bisogno spasmodico delle prove tangibili e l’impossibilità di credere in astratto. questo è il tempo dei laboratori, non dell’acutezza d’ingegno. e l’illusorietà della certezza concreta ci indebolisce inesorabilmente.
…ma qui non è luogo per dissertazioni.
al mio lettore chiedo di poter provare quello che mi ha scritto. fino ad allora, non posso dare spazio a un confronto tra una società-reale e un commento (ancorché giusto)-anonimo.