Posts by nadiolinda

orgoglio, diffida e pregiudizio

dunque, è così: ieri è arrivata la prima diffida. che però secondo me non sta tanto in piedi.il riferimento è a un vecchio post sul mio blog, precisamente:http://blog.nadiolinda.it/post/586439/e+quando+mi+girano+mi+girano


riassumo brevemente:
una società mi scrive e vuole sottopormi a una selezione in cui il mio nominativo è incluso COMPLETAMENTE a caso. io mando una mail e chiedo di cancellarmi dal data.base, dico che non mi interessa e chiedo qual è il valore dato al mio nominativo, ovvero: quanto gli sono costata.
mi risponde una persona che -chissà perché- prendo per “un giovane assistente del responsabile di selezione che ce l’ha fatta”. invece è il legale rappresentante, che si offende per la mia definizione.
posto botta e risposta. il tizio mi fa la predica e alla fine mi dice quello che mi interessa: sono costata 0,051€.

poi succede questo.
sul mio blog, un ragazzo legge il post e dice che ha lavorato per questa società e non è stato trattato per nulla bene. poi gli risponde un altro che, immagino, voleva rispondere all’annuncio.

poi ieri mi scrive il responsabile della società. capisco che l’averlo scambiato per un assistente l’ha proprio offeso.
ma poi mi intima di cancellare il commento del ragazzo che è gravemente lesivo dell’immagine della società. e mi dice che mi querela perché io ospito nel mio blog questo commento e quindi sono responsabile.
io ci penso e più ci penso più mi pare un’assurdità.
allora, rispondo che il commento non ha niente di volgare e che esprime un’opinione legittima. che anche lui può rispondere e che la soluzione più ragionevole mi pare contattare il ragazzo e chiarirsi con lui per appianare il suo malcontento. dico anche che il web dei blog e dei commenti è il più efficace terreno di confronto democratico e che se lo desidera posso offrirgli uno spazio per ribattere ufficialmente.

confesso che tutta questa questione un po’ mi ha inorgoglito perché mi piace che ogni tanto anch’io riesca a sollevare qualche casino.
penso anche che i ragazzi che non sono contenti di un posto di lavoro abbiano tutto il diritto di dirlo a chiunque e che un’azienda che tratta male i suoi dipendenti debba essere sbugiardata. e il web, in questo senso, talvolta è davvero l’unica possibilità.
quindi, niente censura.
sono ospitale con tutti e se proprio ci tengono a dibattere sulla loro azienda e giocarsela sul si-no-horagioneio-hairagionetu possono pure farlo. ovviamente, ognuno si assume le responsabilità delle battaglie che inizia…

finalmente…esco!

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eccomi qui. ci ho messo la faccia e pure il culo.
e alla fine di tutto, posso dire che ce l’ho fatta: esco.
il venti febbraio, un mese da oggi, più o meno. sissignore, si si si.
esco anch’io, perché no.
è stata laboriosa ma mi sono molto divertita. ho scritto un bel po’ di cose. il rapporto kinsey all’italiana anni duemila, mi hanno definito. non so. forse perché la mia definizione di omosdrucciolo è tanto vicina al grado due della scala kinsey.
non so, non mi so giudicare. spero di far ridere molte persone, di farne sorridere ancora di più e spero che quando si chiude il libro si cominci a dare uno sguardo in giro con un terzo occhio: il mio. deviato, curioso, anticonvenzionale, cattivo, antifemminino, fuori genere.
ho imparato molte cose scrivendo questo libro. ad esempio, che per ogni autore c’è uno staff di persone che leggono vagliano e soppesano e continuano a prendere decisioni in merito. e ai cattivi che quando è iniziata questa mia avventura si sono scandalizzati come se non fosse un merito posso ora dire: io ho superato tutte le prove!
ho imparato come funzionano le riunioni in una grande casa editrice e ora so che quella davvero stressata e ansiosa e spaccamaroni sono io. tutte le persone che hanno lavorato per farmi uscire, dopo mesi, erano sicure e professionali e lo sono fino all’ultimo.
sono molto contenta, molto emozionata, molto spaventata. ho un solo rimpianto: la persona che ha davvero dato il la a questo destino – che finisce con l’uscita di questo primo libro – non c’è più nella mia vita. meglio: io non sono più nella sua. e questa cosa mi rende inevitabilmente un po’ triste. è un neo indelebile.

ma ora è il momento di essere contente e pronte. ora tiro il fiato e smetto di programmare i prossimi libri sull’onda dell’entusiasmo.
molto meglio stare a vedere e stare a sentire e aspettare chi legge e i suoi giudizi.
magari non vi piace. se non vi piace, ditelo.
io mi sono messa a nudo (in ogni senso) e ora non ho altro da fare che augurarmi buona fortuna e poi aspettare…

family day


come spesso accade, negli ultimi tempi, faccio sogni strani che forse risolverò applicando – finalmente – i cicli ragionati di digiuno che mi sono posta come buon proposito per il 2008.

nell’ultimo sogno del 2007 – pennica delle h. 17 con bavetta a lato del guanciale – sogno di essere in una trasmissione di santoro con mastella e casini.
io sono invitata come rappresentante della categoria "scrittrici scoparole" e "blogger".
ma poi quando si parla di famiglia, intervengo anch’io. ovviamente, non sono interpellata né autorizzata. allora, mi accendo il microfono da sola e dico la mia.

lo ha fatto anche il papa per il primo di gennaio, non vedo perché non posso farlo io: siamo entrambi single per la legge italiana!

dico che parlare di famiglia dando per scontato che parta con un matrimonio (per altro, in chiesa, sottinteso) mi sembra una riduzione così forzata da non poter essere presa sul serio. fare famiglia, in realtà, prevede molti aspetti non necessariamente connessi al matrimonio. la famiglia è uno stato complesso, definibile attraverso la compresenza e l’interazione di molti fattori. tra questi, uno possibile – ma non necessario – è il matrimonio.
definire la famiglia partendo necessariamente da un matrimonio mi par bene una forzatura.
illustro poi un esempio: è come se una ragazza, per essere definita "bella" dovesse avere una qualità specifica. che so: essere mora. allora, se la ragazza bella vuole avere un’investitura ufficiale, ad esempio: una ragazza bella vuol partecipare a miss italia, deve per forza essere mora. se non è mora di suo, ma magari è bionda, castana chiara o rossa naturale, non può. o si fa mora, o non potrà mai essere bella ufficialmente.
ma la bellezza, quando c’è ed è oggettiva, la riconoscono tutti. è fatta da tanti fattori, da tanti aspetti. qualcuno può preferire letitia casta a monica bellucci, oppure marylin monroe a liz taylor, ma sono tutte donne così belle che nessuno si azzarderebbe a negarlo.

il mio primo buon proposito per il 2008 si intona col mio sogno ed è: aver sempre ben presente di essere abbastanza matura da poter accettare la realtà dei fatti e modellarmi su di essa senza dovermi imporre obiettivi o regole di rinculo per tornare a una fantomatica situazione di ordine e di più alto valore morale che, tanto, mi annoierebbe e, comunque, per lo più si è già irrimediabilmente sfanculata.

Brescia, la lezione per l’Italia che si vergogna

La notte del 12 dicembre a Brescia, come in molte altre città d’Italia, è la notte di Santa Lucia. Tutti vanno a letto presto e dormono speranzosi e aspettano che le loro buone azioni siano ricompensate da regali inattesi e fantastici. Il 13 dicembre è il giorno della speranza che si concretizza. E qualche volta, come in questi ultimi anni di difficoltà economica e di sacrifici che si fanno sempre da chi meno potrebbe permetterseli, le aspettative restano con la bocca un po’ amara. Ma un regalo è sempre un regalo e Santa Lucia la si aspetta tutti.
Questo 13 dicembre, però, abbiamo trovato qualcosa di inatteso: qualcuno che ci ha definito un popolo malato, affetto da depressione collettiva. E noi, che si ha orgoglio nazionale da vendere, abbiamo alzato la testa e abbiamo detto che no, non è vero: noi non siamo depressi. Ma in fondo in fondo, con le tredicesime tagliate e i
regali che prima si trasformano in regalini e poi si fanno pensierini e poi si limitano ai dolcetti, un po’ di tristezza e di depressione ce l’abbiamo eccome.
E nell’Italia disillusa che tira la fine del mese e continua a sperare che magari arrivi un’uragano a cambiare le cose, Brescia è una realtà non tanto piccola che racconta la realtà di un’Italia dove si è disimparato ad alzare la testa.
Chi abita Brescia raramente la conosce e troppo spesso se ne lamenta. Pare che
ci siano moltissimi posti migliori di questo.
Ma Brescia è una bella città, che i suoi abitanti lasciano disabitata dopo le sette di sera. I bresciani lasciano i locali del cen
tro deserti e sono una delle città più on-line d’Italia. Brescia non ha più cinema in centro, ma ha i centri commerciali e le multisale più avanzate del paese. I bresciani amano la città bella, ma non la vivono. I cittadini aspettano sempre che i servizi migliorino e, per questo, non protestano per i disagi alla viabilità che da sempre ci sono e sempre ci saranno, come se un’altra realtà non fosse possibile. I bresciani hanno il maggior numero di automobili pro-capite di tutta italia. I bresciani si lamentano che le iniziative culturali sono poche e mal promosse all’esterno della città. Brescia è una delle città con il maggior numero di iniziative culturali finanziate da enti e istituzioni sul territorio. Brescia è la provincia più estesa d’Italia, con caratteristiche uniche per territorio e paesaggio. Brescia è una delle città con il più alto tasso di immigrati. I Bresciani non hanno mai organizzato manifestazioni contro, non hanno mai eretto palizzate o creato ghetti, non hanno sfruttato ignobilmente lavoratori senza potere contrattuale: hanno lasciato il centro, le abitazioni, le attività commerciali, si sono organizzati per indirizzare la manodopera verso lavori specialistici che nessun bresciano voleva più fare, hanno tollerato e continuano a sperare che qualcuno gli dia una risposta e gli dica come si fa. Come si fa a convivere in una città dove è tanto tempo che si spera e in cui nessuno da mai una risposta a dei problemi veri. E però si danno un sacco di multe. L’ottimismo per le persone si fa con qualcosa di concreto. A Brescia, come in tante realtà dei quest’Italia in difficoltà, girano i soldi e però vanno sempre più decisamente da una parte sola. Dall’altra ci sono i cittadini, che non chiedono più risposte a chi non ascolta le domande.

E che a volte danno lezioni a tutt’Italia. Come quando c’è un bell’evento per cui vengono distribuiti coupon di ingressi gratuiti alla biglietteria del teatro. Apertura: h.16. Una ragazza arriva alle 14 e si mette in attesa. Poi arrivano altre persone. Poi altre. Si forma una coda e, come in tutte le code, nascono i malcontenti. La ragazza estrae un blocchetto di post-it e distribuisce a tutti quelli che arrivano un numero progressivo. Chi arriva riceve il suo numero e si mette in coda. Alle 16 apre il botteghino e due ragazzi si improvvisano servizio d’ordine e controllano che si entri correttamente. Quelli che vorrebbero fare i furbi e i prepotenti e i lei non sa chi sono io ci sono, come sempre. Ma tutto procede regolarmente e i biglietti vengono distribuiti a 800 persone in meno di mezzora, ordinatamente e senza troppi scontenti.

L’affollamento era previsto, come succede in altre occasioni, una per tutte la campagna abbonamenti alla Scala di Milano, con code dalla notte.
Il teatro poteva organizzare la prenotazione on-line o la distribuzione di biglietti per la fila.
Il comune poteva servire un servizio d’ordine di supporto.
Le persone potevano tentare di fregarsi l’una con l’altra invece di darsi delle regole.
Invece, si è scelta un’altra strada, quella dell’educazione e del rispetto.
Il piccolo episodio della biglietteria serva da lezione a chi governa senza coraggio, che quando il paese è scontento e depresso non serve andare in televisione a negare la realtà. Serve il coraggio di fare regole giuste, di suscitare malcontento nei furbetti, di scontentare qualcuno per accontentare chi è in difficoltà o chi aspetta da tanto tempo, serve dare per quanto si è ricevuto, serve prendersi il giusto senza pretendere e serve smettere di credere che Santa Lucia arriverà la mattina dopo: ha preso un’eurostar in avaria e nessuno sa quando riuscirà a raggiungere la sua destinazione.

sogno o son scemo – top 2007

alla fine dell’anno ogni media che abbia uno spazio per le banalità ci ricorda le peggio cose successe nel 2007 nel magico e intricatissimo mondo del gossip. come tutti, anch’io le leggo, le ascolto, le guardo e poi mi chiedo prima: ma chi diavolo sono questi, e secondo: ma che me ne frega.

questo mi fa onore.
e allora oggi che sono in macchina per un po’ decido di fare una classifica dei migliori sogni che ho fatto nel 2007 e che mi ricordo. il podio del migliore se lo contendono in tre.

primo sfidante: io e il mio fidanzato con la faccia innocente giochiamo a palle di neve. io nascondo in ogni palla di neve un sasso di almeno 800 gr che gli tiro quando è di spalle. lui dice !ahia!, ma quando si volta il sasso è già ricascato nella neve e io nego spudoratamente. il sogno è così divertente che quando mi sveglio, sto ancora ridendo.

secondo sfidante: partecipo a un cantagiro estivo hawaiano cantando una canzoncina che fa "nel continente frocio – parponziponzipo’ – tutti quanto col cazzo in mano – paraponziponzipo’" e il resto l’ho dimenticato. ma so che mi sono piazzata bene perché alla fine ringraziavo tutti e brindavo circondata da surfisti.

terzo sfidante: sono a un tavolo di lavoro insieme ai negramaro per una riunione. io non ho tanto tempo e allora dico "ragazzi, vi dispiace se mentre parliamo faccio la cacca? così ottimizzo i tempi". loro dicono che non c’è problema e allora mi fanno portare, invece della sedia, un water finto in cui io faccio le mie cose e continuiamo la riunione.

ecco.
auguri a tutti!

pit-stop

fin da piccola sono stata una piena di impegni. avevo già un’agendina al collo anche all’asilo. programmavo i pomeriggi di gioco e prendevo gli appuntamenti. con m. e f. per il pranzo, con g. e il gruppo della sabbionaia per i giochi, vicino a p. per il sonnellino, con f. e con l. per la merenda, con c. e m. per i compitini.
ancora più piccolina, quando quasi non camminavo, di notte sgattonavo verso il letto dei miei genitori, mi tiravo su e mi sedevo ai piedi del letto. non facevo altro se non guardarli con gli occhioni e aspettare che si svegliassero per giocare insieme.
non piangevo e non mi muovevo. guardavo e aspettavo.
ero inquietante e infaticabile.

fin da piccola, non ho mai avuto il senso del limite. non risparmio energie e quasi mai so dire di no. ma, per fortuna, il senso che non ho con la testa me lo da il corpo che ogni tanto mi dice basta. io non mi stanco mai: crollo. c’è un momento, in meno di un’ora, in cui mi pare di morire.
mi si alza la temperatura. poi vomito. poi mi pulsano le tempie. poi ho i brividi. poi devo assolutamente dormire. altrimenti, muoio.

succede ieri sera.
vomito il pranzo consumato alle 13 esattamente sei ore dopo. poi mi metto a letto e, nel mio delirio con la testa che pulsa e io che sto male peggio di un cane investito sull’autostrada, faccio due pensieri ottimi.

il primo è una sensazione di nostalgia. quando sto così male mi sento sempre piccola, una bambina, torno nella mia cameretta perlinata alle pareti col copriletto leggero, le calzine di lana fatte a mano dalla nonna e la mamma che mi accarezza le tempie con un movimento circolare, finchè non mi addormento.
poi prendo una buona decisione: nvece di preoccuparmi che sto finendo la benzina e avrò difficoltà a mantenere gli impegni dei prossimi giorni se non faccio almeno un’ora e mezza di coda in qualche distributore in autostrada, decido che la mattina manderò una serie di sms disdicendo gli impegni. non è colpa mia: le circostanze trascendono la mia volontà.
e mentre l’aulin faceva il suo effetto e mi stordiva come un oppiaceo devastandomi il fegato e regalandomi tregua dai miei dolori, semplicemente, mi sono addormentata con il buon proposito di iniziare la giornata dicendo di no.

ecco perchè la mia generazione sembra sballata: perché è sballata

ritorno in macchina dal concerto dei subsonica ieri notte al datch forum.
come sono cresciuti. ricordo il primo concerto: un centro sociale malfamato e fumoso, il palco in legno sotto il tendone in plastica ingiallita, duecento spettatori anonimi per un gruppo di tarantolati urbani.
ora hanno luci da musical di broadway, videoproiezioni da superstar e migliaia di teste che saltellano a tempo.
quanta nostalgia. come mi sento fuori luogo. come sono stanca. ho sulle spalle anni di cose e di cose cambiate. e faccio preoccupare il moroso che a un certo punto mi vede accasciata su un gradino in pietra a piangere goccioloni invece che a saltellare.
e io dico: sto bene. quando sono stanca e stressata, le lacrime mi salvano dall’esaurimento.
lui non mi crede molto, ma si fida.

ritorno in macchina.
è bene che ci scherziamo sopra: che io ho un codice tutto mio per il corpo e i suoi sfoghi e allora bisogna fidarsi e se dico che sto bene, anche se piango, è perché davvero sto bene e ogni gocciolone mi fa star meglio e dunque non c’è nulla che un breve pianto non possa risolvere.
viceversa, quando dico che sto male, anche se sembro in forma, sto male davvero perché non c’ho la soluzione al mio sentirmi male; ovvero: niente mi fa stare meglio.
e poi parliamo della generazione fuori posto. che anche la nostra generazione è un po’ sballata nei comportamenti e che ci siamo distrutti i neuroni da piccoli. ecco cosa abbiamo sniffato/manipolato/ingerito/leccato dai due ai tredici anni:

– il didò
– il das
– il pongo
– la coccoina
– l’uniposca
– il crystal-ball
i giochi più desiderabili della nostra infanzia ci hanno sputtanato buona parte dei neuroni in via di sviluppo e bloccato ineluttabilmente la ramificazione delle sinapsi. e però, se oggi arrivasse una guerra chimica, secondo me saremmo abbastanza immuni da cavarcela con una semplice sovraproduzione di muco.
ma per i neuroni persi… per quelli che si fa?

a piedi scalzi come una qualunque penitente

questa la devo proprio raccontare!
dunque. per motivi di lavoro, ormai, mi capita spesso di prendere aerei di lineee interne, in particolare mi muovo sulla tratta milano-orio > roma-ciampino con ryanair, che prima era the on time company e ora che ha un sacco di aerei in italia e combatte anche lei con la nebbia è diventata the low fares company e ciccia.
a volare non si spende una cicca di tabacco. l’ultimo volo, prenotato con un po’ di anticipo, mi è costato meno di 40,00€ tasse incluse per due biglietti a/r. in più, dall’aeroporto, o si va in taxi (30,00€ tariffa concordata tra i taxisti), oppure troviamo sempre amici  e colleghi con autoblu che ci danno passaggi in auto dagli interni di radica. per la legge delle probabilità che dicono che in italia ci sono più di cinquecentomila auto blu a concentrazione disomogenea. ovvero: di più nei pressi dei ministeri, di meno man mano ci si allontana dai palazzacci.
sarà magnetismo.


però a volare succede che è diventato umiliante perché ti aprono le borse e ti controllano fin dentro gli orecchi se ci nascondi – che so – un tappo di bottiglia, una limetta di cartone, un flaconcino di profumo d&g incendiario, un pericolosissimo fermaglio o un letale stuzzicadenti.
e poi chissà perchè – perché – chissà per come, martedì sono riuscita a stupirmi.
all’aeroporto di ciampino mi hanno chiesto di togliermi le scarpe. e io non ci volevo credere e ho chiesto perchè.
le regole, signora. si tolga le scarpe, prego.
così io le ho tolte e gliele ho messe sotto il naso che magari voleva ficcarci il naso dentro e il tizio mi dice di non fare la spiritosa.
e io: e tu non darmi più della signora, giovane.
e poi ho proseguito, annoiata, scalza, nel mio misero metroesessantadue/sessantatre di altezza, che cambia da carta d’identità a carta d’identità. chissà poi quanto sono alta davvero.
e mentre riacquistavo i sette centimetri del tacchetto assassino, guardavo e ridacchiavo con le altre signore, come me rimesse al loro posto di nanerottole nel mondo e pensavo che ormai ai check-in si annoiano così tanto che inventano nuovi abusi di potere e nuove forme di umiliazione per i viaggiatori, che non hanno altro che voglia di andarsene via o di tornarsene a casa. e a una signora ancora calzata, coi piedi gonfi e le scarpe col tacco barzotto, che mi chiedeva il parere su quanto accaduto, rispondevo: secondo me ha a che fare con il dilagante feticismo per i piedi delle donne. e a dirlo ero più contenta.

ecco il punto

sapevo che saremmo arrivati a una considerazione di quest’ordine: non bisogna giusicare i giochi dei piccoli di oggi. ken non è meglio delle winx così come le bambole di pezza non erano meglio di barbie.
il mio post raccontava la tristezza e la ridicola ironia del dover constatare che i miei giochi di bambini, che la mia icona di uomo-oggetto, è sparito in sordina dai negozi di giocattoli. e che le mie memorie, per un ragazzo di 22 anni, appertengono ormai a un passato così remoto che mi trasforma in una vecchia.
però poi il dibattito si è spostato sulla necessità di non giudicare i nuovi giocattoli.
io non sono saggia e non posso non farmi delle domande su questi giochi. le bambole sono tutte super -brandizzate. che non vuol dire più – come con la barbie – che si truccano e basta; bensì, che usano lancòme per il viso e dior per l’ombretto e clinique per coprire le imperfezioni sotto gli occhi.
magari il nesso che ci vedo io non è il nesso che vedono tutti. ma la mia cuginetta di sei anni che gioca con le bamboline hi-fashion non veste jeans che non siano firmati e non mangia perché se no le vengono le coscie larghe.
un gioco che non è stimolante impoverisce lo sviluppo di una persona.

quando io ero piccola, mia madre guardava male il mio appuntamento quotidiano con i cartoni animati. allora, non lo vedevo: io ero piccola. ma la quasi totalità delle protagoniste erano orfane e vivevano problemi e difficoltà completamente sole, senza genitori. magari non c’entra nulla con il fatto che siamo una generazione sfiduciata verso la creazione di una famiglia. però… chi se la sente di dire che le due cose non sono connesse nemmeno un po’?

ken, eroe solitario

per una serie di motivi che qui non starò ad elencare, ieri ho speso parecchie ore a cercare un pupazzo con queste caratteristiche:
– maschio,
– sottomarca,
– provenienza orientale,
– emulo di ken.
il mio giro comincia nei negozi di giocattoli, prima in quelli malfamati, poi in quelli di marca. vedo bambole di ogni genere: barbie, bratz, winxs, principesse con castelli di cartone e giovanissime con gambe da giraffa, cellulare nokia di utlima generazione, i-pod con impianto e nomi tipo hi-fashion, hello-brand, ola d&g.

ho scoperto un mondo di bambole e bamboline iper modaiole che, per un attimo, mi hanno fatto sentire in difetto.
e soprattutto, ho scoperto la terribile verità: ken è morto.

ken, l’ultimo flirt serio attribuito a quella troietta di Barbara Millicent Roberts, per gli amici Barbie, che per lui ha lasciato il moraccione big-jim e che l’ha tradito per un paio di estati con un californiano tutto chiacchiere e addominali obliqui.
ken, il biondino con la riga in parte che sembrava tanto automan – gli mancava solo il colletto catarinfrangente.
ken, che ci veniva a prendere alla casetta rosa o al castello di legno con la macchina decappottabile in cui non si girava il volante e non si apriva la portiera e che, a quanto si sa, viveva probabilmente sotto i ponti o in un monolocale nella profonda periferia milanese.

ken è morto.
ma io sono l’unica a saperlo e l’unica ad esserne dispiaciuta.
perché poi vado in un grande centro commerciale e chiedo a un commesso tutto brufoli arrampicato su una scala pericolante che sistema i pacchi di gormiti di tutti i tipi:
– hai ken o un pupazzo maschile moroso di barbie qualsiasi?
e lui mi guarda e nei suoi occhi ci leggo il vuoto. e gli chiedo:
– quanti anni hai?
– 22. perché?
– ah… e non sai chi è ken? non ne hai proprio idea? non l’hai mai visto?
– no.

allora io gli spiego che barbie una volta aveva un fidanzato che si chiamava big-jim, ma poi l’ha lasciato per ken il biondo e invece adesso che non la vedevo da un po’ di anni mi pare chiaro che si sia data alla moda e sia diventata lesbica.

girando per gli scaffali, alla fine un pupazzone maschile l’ho trovato.
si chiama brandon ed è il morosetto di una delle winxs. gira con una tutina azzurra con la striscia argento, che fa un po’ village people e tanto, tanto, tanto …frocio.