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moccismi

domenica, piero ha compiuto gli anni. farà la festa sabato due febbraio. ma io gli ho chiesto cosa avrebbe voluto per festeggiare. lui ha risposto: andiamo a vedere Scusa ma ti chiamo amore.

così, siamo andati in quattro, un manipolo di valorosi: io, michele, rachele e piero.
il film è al di sopra di ogni aspettativa. sia per la protagonista, che ancora non ha del tutto superato la fase infantile dei perché, sia per il protagonista, che a 37 anni non ha ancora imparato a rifiutare ogni figa che gli viene sbattuta in faccia.
è un film assolutamente buonista, fino al punto da riuscire a rassicurare tutti: se moccia può fare il regista, tutti possono fare i registi. le inquadrature sono quasi tutte sbagliate, le messe a fuoco cannate di brutto, le scene erotiche al limite della perversione gay pedofila.
è infarcito di luoghi comuni da film italiano, ovvero: i trentacinquenni cazzoni e in balìa delle donne che usano il pelo come un’esca; le donne in preda all’angoscia di trovare chi le mantenga e gli faccia fare un figlio; ragazzine sante e vergini che attendono il principe azzurro che le deflori con delicatezza.
meraviglioso l’evento clou del clan delle 4 fighette: concerto degli zero assoluto a cui vanno in limousine con tanto di vip-card per accedere al party post evento.
in cui, ovviamente, i due zeri broccolano la protagonista che però non se li fila perché pensa al pubblicitario col suv.
ricorderemo soprattutto due gemme.

i personaggi –
le 4 ragazzine sono la romantica, la puttanella, la vergine e quella destinata a un matrimonio infelice col fidanzato storico.
i 4 cazzoni quasi quarantenni sono il romantico, il cornuto, il tromba-mogli e quello infilato in una relazione infelice con la fidanzata storica. ovviamente, frigida.
i moccismi – sono banalità senza alcun senso né poetica, con lo stesso effetto dirompente di un uovo sodo che vengono fatte cadere dall’alto in un momento di silenzio. erroneamente, con un mezzuccio più vecchio del cinema stesso, si cerca di dargli significato e importanza. la verità è che sono banalità quasi sconcertanti. seguono esempi esplicativi:
1. inizio del film. raul bova pesca. non è capace. guarda l’orologio. la voce narrante dice "perché un pubblicitario di 37 anni pesca e guarda l’orologio?". il film si conclude con la ragazzetta romantica che arriva per trombarlo per l’eternità e allora bova dice "sono 21 giorni, 17 ore e 38 minuti che ti sto aspettando" e lei risponde "embé. io sono 18 anni e mica mi lamento".

2. sequenza delle bum-bum car. ragazzini fanno autoscontri con macchine nuove e costosissime in largo repubblica argentina. la voce narrante dice "macchine comprate in blocco a mille euro dal carrozziere amico". tutti gli spettatori riconoscono almeno 15-20 mila euro a modello. cmq, i ragazzini si bottano un po’, poi scendono dalle auto e ci saltano sopra. la voce narrante dice "lotta al sistema".
3. bova arriva a casa e la fidanzata storica se n’è andata. poi a metà film, lei si ripresenta alla porta, gli dice "amore ho cambiato idea", non ha valigie, ma improvvisamente ritorna ad abitare con lui. la voce narrante non dice niente e da per scontato che sia normale.
4. la storia inizia perché il protagonista (questa è quasi una costante di moccia) investe la ragazzina. effettivamente, a roma si fa strage di motorini. ma mi risulta che dopo ci si insulti e non si faccia la constatazione amichevole a letto. cmq, tutto inzia per sto motorino che si
rompe. poi succedono delle cose, e la voce narrante e la protagonista la menano col motorino. ma dal minuto 27 del motorino non ne sappiamo più nulla. la voce narrante entra in silenzio stampa.
5. il tempo è assolutamente arbitrario. bova e la ragazzina vanno a casa di lui. arrivano che sono le cinque di pomeriggio e c’è un sole che spacca le pietre. lei sale in terrazzo, lui la segue. quando arrivano su, è notte pesta e loro cominciano a scopare dopo aver ciucciato i gelsomini.

unico momento apprezzato: lei becca bova al tavolo con la ex morosa andata e poi tornata e gli dice "se tu mi avessi detto che mi mollavi perché lei era tornata, avrei sopportato meglio tutto". molto vero. lui ha fatto veramente la figura del carciofo.

la triglia e la merla

stamattina è il primo dei tre giorni della merla. che ormai anche i giorni, come le stagioni, non sono più quelli di una volta e il primo giorno della merla, invece di essere il più freddo dell’anno, secondo me frizza di primavera e tira un venticello tiepido molto piacevole.
stamattina il dentista mi ha fatto il mio secondo impianto dentale. secondo molare di sinistra, arcata inferiore. una mattina di seconde volte.
avevo dimenticato quanto fa impressione farsi fare un impianto. ma solo per una cosa, in verità: i punti.
alla fine dell’operazione, siccome molta gengiva viene tagliata per piantare il chiodo nell’osso, il dentista ci da che ci da con i punti fatti col filo grosso blu. quello per chiudere la pancia delle triglie al forno, per capirci. e siccome bisogna stringere bene bene intorno al perno perché è tutto scoperto e si rischiano le infesioni, allora il dentista cuce e tira, cuce e tira, cuce e tira.
dopo già una mezzoretta buona di pathos a bocca aperta, il mio dentista figo tira il filo e io mi sento proprio come un pesce che abbocca all’amo. il panico è totale e io comincio a sudare e a tremare. ancora a scriverlo ora un po’ mi viene da star male. è una sensazione indescrivibile. essere presi all’amo, intendo.

ho un moto di solidarietà verso i pesci che mi piacciono molto e che da oggi spererò per sempre vengano pescati solo con le reti.
per calmarmi, ho fatto il mio solito pensiero rassicurante tendente al trash. ovvero penso a quanto bene ho fatto al mio dentista, a quanti soldi gli ho dato e penso che li ha reinvestiti per ricomprare case e farsele riarredare da un architetto. o più architetti. io penso di essere generosa in grande.
e mi immagino sempre che quando sto sdraiata sulla poltrona, il mio dentista da un occhio e poi si fa passare il telefono. dall’altra parte c’è il piastrellista che gli sta sistemando il bagno e lui gli dice: "ha già iniziato il lavoro? no? bene. ho cambiato idea: quelle più costose".
poi rimette giù la cornetta, mi sorride e attacca a trapanare.

la malavoglia genera ritrattazione

benchè combattiva e piena di volontà, stavolta i fatti non mi cosano.
devo purtroppo cancellare dal blog sul mio sito l’intervento di un commentatore anonimo che lamenta un inequo trattamento a suo carico da parte della società UniMediaGroup spa.
la società mi ha diffidato nei giorni scorsi ad ospitare il commento della persona in quanto lesivo della sua immagine. pare che il commento del mio lettore suscitasse dubbi nei candidati.

mi trovo a dover cancellare il commento del mio lettore con molto rammarico, ma diversi pareri legali e professionali mi indirizzano a farlo per una sola ragione: non è dimostrabile.
se il lettore si fosse firmato o siglato o si fosse reso raggiungibile o avesse messo a disposizione prove di quanto afferma, sarei stata la prima a combattere perché potesse esprimere la sua opinione.
ma così mi trovo nell’imbarazzante situazione di doverlo censurare.
è possibile avere le migliori ragioni del mondo, ma c’è sempre una forma da rispettare. se vuoi protestare contro il sistema, ma lo fai uscendo dal corteo e lanciando pietre contro le vetrine a faccia coperta, non puoi pretendere di essere ascoltato né di essere difeso da chi manifestava pacificamente con te.
a tutti coloro che intendono proseguire nelle loro battaglie contro il sistema, suggerisco di farlo con serietà e di seguire chi lo fa ormai "da professionista": affermare qualcosa con convinzione e tenersi le carte che lo dimostrano ben strette nella mano.
per tutti gli altri, lasciate perdere e limitatevi a commentare al bar. forse è lì l’ultimo vero baluardo del confronto libero e senza regole.

Io so. Ma non ho le prove. Non ho nemmeno indizi.
Io so perché sono un intellettuale, uno scrittore, che cerca di seguire tutto ciò che succede, di conoscere tutto ciò che se ne scrive, di immaginare tutto ciò che non si sa o che si tace; che coordina fatti anche lontani, che mette insieme i pezzi disorganizzati e frammentari di un intero coerente quadro politico, che ristabilisce la logica là dove sembrano regnare l’arbitrarietà, la follia e il mistero. Tutto ciò fa parte del mio mestiere e dell’istinto del mio mestiere.

[ Corriere della Sera, 14 novembre 1974 – P.P.Pasolini ]

non è più il tempo degli intellettuali e io non sono pasolini.
siamo ormai laici con il bisogno spasmodico delle prove tangibili e l’impossibilità di credere in astratto. questo è il tempo dei laboratori, non dell’acutezza d’ingegno. e l’illusorietà della certezza concreta ci indebolisce inesorabilmente.
…ma qui non è luogo per dissertazioni.
al mio lettore chiedo di poter provare quello che mi ha scritto. fino ad allora, non posso dare spazio a un confronto tra una società-reale e un commento (ancorché giusto)-anonimo.

orgoglio, diffida e pregiudizio

dunque, è così: ieri è arrivata la prima diffida. che però secondo me non sta tanto in piedi.il riferimento è a un vecchio post sul mio blog, precisamente:http://blog.nadiolinda.it/post/586439/e+quando+mi+girano+mi+girano


riassumo brevemente:
una società mi scrive e vuole sottopormi a una selezione in cui il mio nominativo è incluso COMPLETAMENTE a caso. io mando una mail e chiedo di cancellarmi dal data.base, dico che non mi interessa e chiedo qual è il valore dato al mio nominativo, ovvero: quanto gli sono costata.
mi risponde una persona che -chissà perché- prendo per “un giovane assistente del responsabile di selezione che ce l’ha fatta”. invece è il legale rappresentante, che si offende per la mia definizione.
posto botta e risposta. il tizio mi fa la predica e alla fine mi dice quello che mi interessa: sono costata 0,051€.

poi succede questo.
sul mio blog, un ragazzo legge il post e dice che ha lavorato per questa società e non è stato trattato per nulla bene. poi gli risponde un altro che, immagino, voleva rispondere all’annuncio.

poi ieri mi scrive il responsabile della società. capisco che l’averlo scambiato per un assistente l’ha proprio offeso.
ma poi mi intima di cancellare il commento del ragazzo che è gravemente lesivo dell’immagine della società. e mi dice che mi querela perché io ospito nel mio blog questo commento e quindi sono responsabile.
io ci penso e più ci penso più mi pare un’assurdità.
allora, rispondo che il commento non ha niente di volgare e che esprime un’opinione legittima. che anche lui può rispondere e che la soluzione più ragionevole mi pare contattare il ragazzo e chiarirsi con lui per appianare il suo malcontento. dico anche che il web dei blog e dei commenti è il più efficace terreno di confronto democratico e che se lo desidera posso offrirgli uno spazio per ribattere ufficialmente.

confesso che tutta questa questione un po’ mi ha inorgoglito perché mi piace che ogni tanto anch’io riesca a sollevare qualche casino.
penso anche che i ragazzi che non sono contenti di un posto di lavoro abbiano tutto il diritto di dirlo a chiunque e che un’azienda che tratta male i suoi dipendenti debba essere sbugiardata. e il web, in questo senso, talvolta è davvero l’unica possibilità.
quindi, niente censura.
sono ospitale con tutti e se proprio ci tengono a dibattere sulla loro azienda e giocarsela sul si-no-horagioneio-hairagionetu possono pure farlo. ovviamente, ognuno si assume le responsabilità delle battaglie che inizia…

finalmente…esco!

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eccomi qui. ci ho messo la faccia e pure il culo.
e alla fine di tutto, posso dire che ce l’ho fatta: esco.
il venti febbraio, un mese da oggi, più o meno. sissignore, si si si.
esco anch’io, perché no.
è stata laboriosa ma mi sono molto divertita. ho scritto un bel po’ di cose. il rapporto kinsey all’italiana anni duemila, mi hanno definito. non so. forse perché la mia definizione di omosdrucciolo è tanto vicina al grado due della scala kinsey.
non so, non mi so giudicare. spero di far ridere molte persone, di farne sorridere ancora di più e spero che quando si chiude il libro si cominci a dare uno sguardo in giro con un terzo occhio: il mio. deviato, curioso, anticonvenzionale, cattivo, antifemminino, fuori genere.
ho imparato molte cose scrivendo questo libro. ad esempio, che per ogni autore c’è uno staff di persone che leggono vagliano e soppesano e continuano a prendere decisioni in merito. e ai cattivi che quando è iniziata questa mia avventura si sono scandalizzati come se non fosse un merito posso ora dire: io ho superato tutte le prove!
ho imparato come funzionano le riunioni in una grande casa editrice e ora so che quella davvero stressata e ansiosa e spaccamaroni sono io. tutte le persone che hanno lavorato per farmi uscire, dopo mesi, erano sicure e professionali e lo sono fino all’ultimo.
sono molto contenta, molto emozionata, molto spaventata. ho un solo rimpianto: la persona che ha davvero dato il la a questo destino – che finisce con l’uscita di questo primo libro – non c’è più nella mia vita. meglio: io non sono più nella sua. e questa cosa mi rende inevitabilmente un po’ triste. è un neo indelebile.

ma ora è il momento di essere contente e pronte. ora tiro il fiato e smetto di programmare i prossimi libri sull’onda dell’entusiasmo.
molto meglio stare a vedere e stare a sentire e aspettare chi legge e i suoi giudizi.
magari non vi piace. se non vi piace, ditelo.
io mi sono messa a nudo (in ogni senso) e ora non ho altro da fare che augurarmi buona fortuna e poi aspettare…

family day


come spesso accade, negli ultimi tempi, faccio sogni strani che forse risolverò applicando – finalmente – i cicli ragionati di digiuno che mi sono posta come buon proposito per il 2008.

nell’ultimo sogno del 2007 – pennica delle h. 17 con bavetta a lato del guanciale – sogno di essere in una trasmissione di santoro con mastella e casini.
io sono invitata come rappresentante della categoria "scrittrici scoparole" e "blogger".
ma poi quando si parla di famiglia, intervengo anch’io. ovviamente, non sono interpellata né autorizzata. allora, mi accendo il microfono da sola e dico la mia.

lo ha fatto anche il papa per il primo di gennaio, non vedo perché non posso farlo io: siamo entrambi single per la legge italiana!

dico che parlare di famiglia dando per scontato che parta con un matrimonio (per altro, in chiesa, sottinteso) mi sembra una riduzione così forzata da non poter essere presa sul serio. fare famiglia, in realtà, prevede molti aspetti non necessariamente connessi al matrimonio. la famiglia è uno stato complesso, definibile attraverso la compresenza e l’interazione di molti fattori. tra questi, uno possibile – ma non necessario – è il matrimonio.
definire la famiglia partendo necessariamente da un matrimonio mi par bene una forzatura.
illustro poi un esempio: è come se una ragazza, per essere definita "bella" dovesse avere una qualità specifica. che so: essere mora. allora, se la ragazza bella vuole avere un’investitura ufficiale, ad esempio: una ragazza bella vuol partecipare a miss italia, deve per forza essere mora. se non è mora di suo, ma magari è bionda, castana chiara o rossa naturale, non può. o si fa mora, o non potrà mai essere bella ufficialmente.
ma la bellezza, quando c’è ed è oggettiva, la riconoscono tutti. è fatta da tanti fattori, da tanti aspetti. qualcuno può preferire letitia casta a monica bellucci, oppure marylin monroe a liz taylor, ma sono tutte donne così belle che nessuno si azzarderebbe a negarlo.

il mio primo buon proposito per il 2008 si intona col mio sogno ed è: aver sempre ben presente di essere abbastanza matura da poter accettare la realtà dei fatti e modellarmi su di essa senza dovermi imporre obiettivi o regole di rinculo per tornare a una fantomatica situazione di ordine e di più alto valore morale che, tanto, mi annoierebbe e, comunque, per lo più si è già irrimediabilmente sfanculata.

Brescia, la lezione per l’Italia che si vergogna

La notte del 12 dicembre a Brescia, come in molte altre città d’Italia, è la notte di Santa Lucia. Tutti vanno a letto presto e dormono speranzosi e aspettano che le loro buone azioni siano ricompensate da regali inattesi e fantastici. Il 13 dicembre è il giorno della speranza che si concretizza. E qualche volta, come in questi ultimi anni di difficoltà economica e di sacrifici che si fanno sempre da chi meno potrebbe permetterseli, le aspettative restano con la bocca un po’ amara. Ma un regalo è sempre un regalo e Santa Lucia la si aspetta tutti.
Questo 13 dicembre, però, abbiamo trovato qualcosa di inatteso: qualcuno che ci ha definito un popolo malato, affetto da depressione collettiva. E noi, che si ha orgoglio nazionale da vendere, abbiamo alzato la testa e abbiamo detto che no, non è vero: noi non siamo depressi. Ma in fondo in fondo, con le tredicesime tagliate e i
regali che prima si trasformano in regalini e poi si fanno pensierini e poi si limitano ai dolcetti, un po’ di tristezza e di depressione ce l’abbiamo eccome.
E nell’Italia disillusa che tira la fine del mese e continua a sperare che magari arrivi un’uragano a cambiare le cose, Brescia è una realtà non tanto piccola che racconta la realtà di un’Italia dove si è disimparato ad alzare la testa.
Chi abita Brescia raramente la conosce e troppo spesso se ne lamenta. Pare che
ci siano moltissimi posti migliori di questo.
Ma Brescia è una bella città, che i suoi abitanti lasciano disabitata dopo le sette di sera. I bresciani lasciano i locali del cen
tro deserti e sono una delle città più on-line d’Italia. Brescia non ha più cinema in centro, ma ha i centri commerciali e le multisale più avanzate del paese. I bresciani amano la città bella, ma non la vivono. I cittadini aspettano sempre che i servizi migliorino e, per questo, non protestano per i disagi alla viabilità che da sempre ci sono e sempre ci saranno, come se un’altra realtà non fosse possibile. I bresciani hanno il maggior numero di automobili pro-capite di tutta italia. I bresciani si lamentano che le iniziative culturali sono poche e mal promosse all’esterno della città. Brescia è una delle città con il maggior numero di iniziative culturali finanziate da enti e istituzioni sul territorio. Brescia è la provincia più estesa d’Italia, con caratteristiche uniche per territorio e paesaggio. Brescia è una delle città con il più alto tasso di immigrati. I Bresciani non hanno mai organizzato manifestazioni contro, non hanno mai eretto palizzate o creato ghetti, non hanno sfruttato ignobilmente lavoratori senza potere contrattuale: hanno lasciato il centro, le abitazioni, le attività commerciali, si sono organizzati per indirizzare la manodopera verso lavori specialistici che nessun bresciano voleva più fare, hanno tollerato e continuano a sperare che qualcuno gli dia una risposta e gli dica come si fa. Come si fa a convivere in una città dove è tanto tempo che si spera e in cui nessuno da mai una risposta a dei problemi veri. E però si danno un sacco di multe. L’ottimismo per le persone si fa con qualcosa di concreto. A Brescia, come in tante realtà dei quest’Italia in difficoltà, girano i soldi e però vanno sempre più decisamente da una parte sola. Dall’altra ci sono i cittadini, che non chiedono più risposte a chi non ascolta le domande.

E che a volte danno lezioni a tutt’Italia. Come quando c’è un bell’evento per cui vengono distribuiti coupon di ingressi gratuiti alla biglietteria del teatro. Apertura: h.16. Una ragazza arriva alle 14 e si mette in attesa. Poi arrivano altre persone. Poi altre. Si forma una coda e, come in tutte le code, nascono i malcontenti. La ragazza estrae un blocchetto di post-it e distribuisce a tutti quelli che arrivano un numero progressivo. Chi arriva riceve il suo numero e si mette in coda. Alle 16 apre il botteghino e due ragazzi si improvvisano servizio d’ordine e controllano che si entri correttamente. Quelli che vorrebbero fare i furbi e i prepotenti e i lei non sa chi sono io ci sono, come sempre. Ma tutto procede regolarmente e i biglietti vengono distribuiti a 800 persone in meno di mezzora, ordinatamente e senza troppi scontenti.

L’affollamento era previsto, come succede in altre occasioni, una per tutte la campagna abbonamenti alla Scala di Milano, con code dalla notte.
Il teatro poteva organizzare la prenotazione on-line o la distribuzione di biglietti per la fila.
Il comune poteva servire un servizio d’ordine di supporto.
Le persone potevano tentare di fregarsi l’una con l’altra invece di darsi delle regole.
Invece, si è scelta un’altra strada, quella dell’educazione e del rispetto.
Il piccolo episodio della biglietteria serva da lezione a chi governa senza coraggio, che quando il paese è scontento e depresso non serve andare in televisione a negare la realtà. Serve il coraggio di fare regole giuste, di suscitare malcontento nei furbetti, di scontentare qualcuno per accontentare chi è in difficoltà o chi aspetta da tanto tempo, serve dare per quanto si è ricevuto, serve prendersi il giusto senza pretendere e serve smettere di credere che Santa Lucia arriverà la mattina dopo: ha preso un’eurostar in avaria e nessuno sa quando riuscirà a raggiungere la sua destinazione.

sogno o son scemo – top 2007

alla fine dell’anno ogni media che abbia uno spazio per le banalità ci ricorda le peggio cose successe nel 2007 nel magico e intricatissimo mondo del gossip. come tutti, anch’io le leggo, le ascolto, le guardo e poi mi chiedo prima: ma chi diavolo sono questi, e secondo: ma che me ne frega.

questo mi fa onore.
e allora oggi che sono in macchina per un po’ decido di fare una classifica dei migliori sogni che ho fatto nel 2007 e che mi ricordo. il podio del migliore se lo contendono in tre.

primo sfidante: io e il mio fidanzato con la faccia innocente giochiamo a palle di neve. io nascondo in ogni palla di neve un sasso di almeno 800 gr che gli tiro quando è di spalle. lui dice !ahia!, ma quando si volta il sasso è già ricascato nella neve e io nego spudoratamente. il sogno è così divertente che quando mi sveglio, sto ancora ridendo.

secondo sfidante: partecipo a un cantagiro estivo hawaiano cantando una canzoncina che fa "nel continente frocio – parponziponzipo’ – tutti quanto col cazzo in mano – paraponziponzipo’" e il resto l’ho dimenticato. ma so che mi sono piazzata bene perché alla fine ringraziavo tutti e brindavo circondata da surfisti.

terzo sfidante: sono a un tavolo di lavoro insieme ai negramaro per una riunione. io non ho tanto tempo e allora dico "ragazzi, vi dispiace se mentre parliamo faccio la cacca? così ottimizzo i tempi". loro dicono che non c’è problema e allora mi fanno portare, invece della sedia, un water finto in cui io faccio le mie cose e continuiamo la riunione.

ecco.
auguri a tutti!

pit-stop

fin da piccola sono stata una piena di impegni. avevo già un’agendina al collo anche all’asilo. programmavo i pomeriggi di gioco e prendevo gli appuntamenti. con m. e f. per il pranzo, con g. e il gruppo della sabbionaia per i giochi, vicino a p. per il sonnellino, con f. e con l. per la merenda, con c. e m. per i compitini.
ancora più piccolina, quando quasi non camminavo, di notte sgattonavo verso il letto dei miei genitori, mi tiravo su e mi sedevo ai piedi del letto. non facevo altro se non guardarli con gli occhioni e aspettare che si svegliassero per giocare insieme.
non piangevo e non mi muovevo. guardavo e aspettavo.
ero inquietante e infaticabile.

fin da piccola, non ho mai avuto il senso del limite. non risparmio energie e quasi mai so dire di no. ma, per fortuna, il senso che non ho con la testa me lo da il corpo che ogni tanto mi dice basta. io non mi stanco mai: crollo. c’è un momento, in meno di un’ora, in cui mi pare di morire.
mi si alza la temperatura. poi vomito. poi mi pulsano le tempie. poi ho i brividi. poi devo assolutamente dormire. altrimenti, muoio.

succede ieri sera.
vomito il pranzo consumato alle 13 esattamente sei ore dopo. poi mi metto a letto e, nel mio delirio con la testa che pulsa e io che sto male peggio di un cane investito sull’autostrada, faccio due pensieri ottimi.

il primo è una sensazione di nostalgia. quando sto così male mi sento sempre piccola, una bambina, torno nella mia cameretta perlinata alle pareti col copriletto leggero, le calzine di lana fatte a mano dalla nonna e la mamma che mi accarezza le tempie con un movimento circolare, finchè non mi addormento.
poi prendo una buona decisione: nvece di preoccuparmi che sto finendo la benzina e avrò difficoltà a mantenere gli impegni dei prossimi giorni se non faccio almeno un’ora e mezza di coda in qualche distributore in autostrada, decido che la mattina manderò una serie di sms disdicendo gli impegni. non è colpa mia: le circostanze trascendono la mia volontà.
e mentre l’aulin faceva il suo effetto e mi stordiva come un oppiaceo devastandomi il fegato e regalandomi tregua dai miei dolori, semplicemente, mi sono addormentata con il buon proposito di iniziare la giornata dicendo di no.

ecco perchè la mia generazione sembra sballata: perché è sballata

ritorno in macchina dal concerto dei subsonica ieri notte al datch forum.
come sono cresciuti. ricordo il primo concerto: un centro sociale malfamato e fumoso, il palco in legno sotto il tendone in plastica ingiallita, duecento spettatori anonimi per un gruppo di tarantolati urbani.
ora hanno luci da musical di broadway, videoproiezioni da superstar e migliaia di teste che saltellano a tempo.
quanta nostalgia. come mi sento fuori luogo. come sono stanca. ho sulle spalle anni di cose e di cose cambiate. e faccio preoccupare il moroso che a un certo punto mi vede accasciata su un gradino in pietra a piangere goccioloni invece che a saltellare.
e io dico: sto bene. quando sono stanca e stressata, le lacrime mi salvano dall’esaurimento.
lui non mi crede molto, ma si fida.

ritorno in macchina.
è bene che ci scherziamo sopra: che io ho un codice tutto mio per il corpo e i suoi sfoghi e allora bisogna fidarsi e se dico che sto bene, anche se piango, è perché davvero sto bene e ogni gocciolone mi fa star meglio e dunque non c’è nulla che un breve pianto non possa risolvere.
viceversa, quando dico che sto male, anche se sembro in forma, sto male davvero perché non c’ho la soluzione al mio sentirmi male; ovvero: niente mi fa stare meglio.
e poi parliamo della generazione fuori posto. che anche la nostra generazione è un po’ sballata nei comportamenti e che ci siamo distrutti i neuroni da piccoli. ecco cosa abbiamo sniffato/manipolato/ingerito/leccato dai due ai tredici anni:

– il didò
– il das
– il pongo
– la coccoina
– l’uniposca
– il crystal-ball
i giochi più desiderabili della nostra infanzia ci hanno sputtanato buona parte dei neuroni in via di sviluppo e bloccato ineluttabilmente la ramificazione delle sinapsi. e però, se oggi arrivasse una guerra chimica, secondo me saremmo abbastanza immuni da cavarcela con una semplice sovraproduzione di muco.
ma per i neuroni persi… per quelli che si fa?